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FIORENZO GRASSI: UNA VITA PER IL TEATRO

Con la rinascita della multisala "Elfo - Puccini" si avvera il sogno dell'organizzatore milanese

 
 

“L’anima dietro le quinte”

Intervista a Fiorenzo Grassi - Direttore dei TEATRIDITHALIA

Sta per rinascere il Puccini – denominazione provvisoria “Elfo Puccini” – con una grande multisala gestita dai TEATRIDITHALIA, nella vecchia sede in galleria al centro di Corso Buenos Aires.

L’animatore di questa operazione è Fiorenzo Grassi, direttore organizzativo e artistico di una piccola pattuglia costituita da Elio de Capitani e Ferdinando Bruni, artisti storici del Teatro dell’Elfo.

Attualmente Grassi, oltre all’ “Elfo” e il teatro Leonardo da Vinci che ha sostituito il teatro di Porta Romana, dirige a titolo personale anche il Teatro Fraschini di Pavia e il Teatro Comunale di Vigevano.
 
Quando hai cominciato a dedicarti al teatro? Ricordo che hai cominciato come attore.
“Si, ho iniziato oltre quarant’anni fa con una Compagnia stabile al Teatro Litta. Un teatro molto tradizionale dove mi facevano fare i personaggi più svariati, allora avevo vent’anni ma interpretavo anche la parte di un sessantenne. Esperienze molteplici che poi mi sono servite. Nel 1962 è cominciata la vera avventura della mia vita che è stata l’avvio della Compagnia de Teatro Uomo che ha avuto una sede molto importante dal punto di vista storico, in corso Manusardi, in zona Ticinese”.

E li siete stati un bel po’, poi vi siete trasferiti.
“Ci siamo trasferiti in via Gulli, zona Gambara nel 1973. Abbiamo dovuto lasciare corso Manusardi per incompatibilità del nostro gruppo e le altre compagnie che ospitavamo con le esigenze della parrocchia proprietaria del teatrino di 154 posti che ci ospitava. Ero molto affezionato a quel posto perché mi piaceva molto il quartiere, la gente, l’ambiente. Stavamo molto bene lì dentro, anche se c’era qualche disagio; l’impianto di riscaldamento, ad esempio, non funzionava bene”.

Dicevi che il teatrino era di proprietà dei preti e la vostra impronta non era certo di carattere religioso.
“Era di proprietà della Parrocchia di san Gottardo al Corso. Il parroco d’allora è stato generosissimo e ci ha permesso di lavorare fino a che ha potuto, fino a quando la nostra ricerca ha toccato temi piuttosto scabrosi per il mondo ecclesiastico religioso”.

Come è avvenuta la trasformazione da attore a organizzatore?
“Ho molto sofferto quando ho dovuto lasciare la militanza di palcoscenico, perché mi piaceva fare l’attore e la mia idea all’inizio era quella. Poi però mi sono reso conto che potevo dare molto di più come organizzatore, ruolo per il quale ero molto portato. Ero molto bravo a vendere gli spettacoli, nei contatti, attività che già in parte svolgevo e non potevo continuare così. Dovevo fare una scelta. Non potevo interrompere il lavoro a tavolino su un testo, una discussione perché dovevo rispondere al telefono. Mi ero reso conto inoltre che il lavoro di organizzatore poteva essere molto creativo e soprattutto non ripetitivo e quindi rispetto a quello dell’attore qualche vantaggio l’aveva. Certo non potevo prendere più gli applausi e questa non era una cosa da poco, perciò ho molto sofferto a prendere questa decisione”.
 
Ricordo che Tinin Mantegazza non avrebbe mai voluto averti come antagonista.
“Io e Tinin eravamo molto affezionati, anche se adesso non ci vediamo più ci stimiamo molto. Immagino che quello d’allora fosse un complimento nel senso che mi considerava molto abile e battagliero. Lo sono molto meno adesso anche perché le condizioni sono cambiate. Tuttavia ancora oggi il teatro lo considero come una missione e va difeso come forma di espressione”.

Penso che in tutti questi anni per te la parte organizzativa sia stata comunque molto impegnativa.
“Non è sicuramente stato uno scherzo affrontare le varie peripezie che il mio lavoro comporta. Bisogna essere molto motivati e avere tanta passione che a me naturalmente non manca. Bisogna capire fino in fondo la situazione nella quale si opera. Il nostro è un mondo legato agli uomini e quindi ”terribilmente umano”, come diceva Paolo Grassi. E’ molto complicato affrontare persone con tanti diversi punti di vista, magari frustrate perché non hanno avuto le gratificazioni che si attendevano e muoversi in quel complesso magma che è il mondo dello spettacolo”.

Le difficoltà più grosse sono le sovvenzioni immagino.
“Il nostro grande problema è la dipendenza dal denaro pubblico che ci mette sempre in una situazione di precariato pesantissima. Quindi si può dire che la battaglia per le risorse è il filo rosso della mia vita organizzativa”.

Quanto influisce il denaro pubblico rispetto alle vostre reali possibilità d’incassare?
“Sono due le grandi voci di entrata di un bilancio di una struttura teatrale che abbia una compagnia propria e le altre da ospitare. La prima sono le sovvenzioni pubbliche, quindi lo stato, i comuni, le regioni e le province. L’altro sono gli introiti della vendita degli spettacoli quando ospitiamo delle compagnie, poi ci sono i normali incassi diretti della vendita dei biglietti al pubblico. Senza le sovvenzioni non si può pensare di fare questo mestiere. Dovremmo vendere i biglietti a un prezzo troppo alto. Il nostro teatro in questo momento ha una capacità di risorse proprie intorno al 42-43 per cento”.

Quali sono gli incontri più importanti che avete avuto nella vostra attività?
“Ci sono molte persone che hanno iniziato a lavorare con noi e sono diventate famose e altre che abbiamo intercettato ed erano già famose. Una di queste è sicuramente Paolo Poli che fece a suo tempo la scommessa di venire nel nostro teatrino. Poli faceva degli spettacoli più popolari di quelli che facevamo noi abitualmente e ha contribuito alla diffusione di un laboratorio che ha portato al nostro teatro molta gente, gente che poi è diventata famosa come Bisio, Paolo Rossi, Anna Bonaiuto, Ivana Monti e tanti altri”.

Gli spettacoli più importanti che avete avuto in cartellone.
“Oltre a quelli di Paolo Poli c’è lo spettacolo simbolo del Teatro dell’Elfo che è “Il sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare,Le lacrime amare di Petra von kant” di Fassbinder, per citare i primi che mi vengono in mente”.

Per la programmazione del vostro cartellone a quali criteri vi ispirate? Intanto diciamo che è un lavoro di gruppo…
“Si, è un lavoro di equipe che mette insieme la direzione artistica e le altre persone che ci seguono in questo. Abbiamo la fortuna di avere una attività abbastanza palpabile, sappiamo come reagisce il nostro pubblico che peraltro numericamente è molto consistente, sono quasi centomila spettatori. Quindi per quanto riguarda le compagnie che ospitiamo cerchiamo degli spettacoli simili o comunque in sintonia con la nostra espressività, mentre per quel che ci riguarda parliamo il linguaggio contemporaneo anche quando ci ispiriamo ai testi classici della grande tradizione. Cerchiamo sempre di leggerli con gli occhi di uno spettatore d’oggi”.

Rispetto ai teatri classici che puntano al nome risonante e svariano dal musical alle commedie cinematografiche, siete svantaggiati o siete comunque alla pari?
“Hanno, come dicevi, una programmazione più disomogenea e questo a Milano non paga. Si tratta di teatri con un pubblico più borghese che sono in grado di praticare un prezzo del biglietto più alto, questa è la differenza sostanziale. Loro possono fare grandi incassi col divo del cinema o della televisione che decide di darsi al teatro, ma in quanto alla programmazione complessiva siamo lì, anzi, siamo forse più avvantaggiati noi”.

Sei milanese Doc da generazioni. Com’è cambiata Milano in questo lungo periodo?
“Sono milanese dalla nascita, come i miei genitori e i miei nonni. Amo molto questa città e non riesco a pensare di vivere in un’altra. Certo, rispetto a quando ero giovane io Milano è molto cambiata. Quando ho iniziato la mia avventura umana e artistica, era una città generosa e solidale, allora c’era sempre qualcuno che ti dava una mano, era facile essere ascoltati. Adesso vedo una Milano più chiusa, meno sensibile. Oggi non so se sarebbe ancora possibile avviare una avventura teatrale come è capitato a me. L’indifferenza nelle grandi città si è propagata. Mi hanno molto colpito le notizie di persone che muoiono da sole in casa senza che nessuno le aiuti Con questo non voglio dire che a Milano sia difficile vivere. Ci sono i “pro” e i “contro”. Il traffico c’era anche negli anni sessanta…c’è stata una evoluzione non sempre positiva, però credo che Milano sia una città che dia ancora delle opportunità”.

I tuoi genitori che mestiere facevano?
“Mio papà era un operaio e mia madre era una operaia. Sono figlio di operai e sono molto orgoglioso di esserlo”.

In casa, parlavate in dialetto?
“I miei genitori tra loro si parlavano in dialetto, con me no. Io il dialetto l’ho imparato per strada con i miei compagni di giochi, dai miei nonni. I miei invece quando si rivolgevano a me parlavano in italiano. Allora mi sembrava una stranezza, ma poi ho saputo che in molti si comportavano così; c’era una tendenza a valorizzare l’italiano a scapito del dialetto. Cosa che ho sempre considerato sbagliata”.

Quand’è che ti sei sposato?
“Mi sono sposato nel 1977. Avevo conosciuto Carla due anni prima quando lavoravamo insieme a seguito di un incarico che avevo avuto dalla provincia di Bergamo. Andavamo nelle varie biblioteche per fare le programmazioni teatrali. Tra noi si era creato un certo affiatamento, un legame che poi si è trasformato in affetto. Da quando mi sono dichiarato a quando ci siamo sposati sono passati solo sei mesi. Io le ho chiesto: “Senti, ma tu non mi sposeresti?” e lei mi ha risposto: “Ma, non so, non mi aspettavo una domanda simile. ”La decisione non è tardata e ci siamo sposati il 25 marzo 1977. Il 25 agosto del 1978 abbiamo avuto una figlia, Agnese”.
 
Adesso sarà una donna: che tipo è?
“Altroché! Anche lei lavora all’Elfo, si è sposata con un giovane molto bravo che ha conosciuto in teatro e fa anche lui l’organizzatore. Dicevi che tipo è? Non sono ovviamente molto obbiettivo, come carattere è un bel peperino. E’ molto dolce con gli estranei con noi invece è più dura e affettuosamente ci strapazza”.

Finalmente possiamo parlare del “grande sogno” che sta per avverarsi.
“Abbiamo questo bel sogno che si concretizzerà probabilmente quest’anno. Il sogno ha preso le mosse il 12 ottobre del 2000 con la sottoscrizione di una convenzione tra noi e il Comune di Milano per la gestione del Teatro Puccini che andava naturalmente ristrutturato. Io stesso come privato cittadino mi sono battuto perché non diventasse una palestra di fitness o un supermercato. Abbiamo dovuto battagliare a lungo per mantenere uno dei pochi teatri storici di questa città e ciò è stato reso possibile per l’intervento dell’assessore al demanio che ha capito e sostenuto il nostro progetto. La convenzione col comune è stata sottoscritta grazie anche al contributo dello stato che noi siamo riusciti a fargli avere. Si è fatto carico di sostenere le spese di ristrutturazione sulla base di un nostro progetto esecutivo che noi avevamo acquisito”.

Quanti anni aveva il teatro Puccini?
“Il Puccini risale al 1906. Era una monosala di 1600 posti e aveva una certa tradizione nel varietà e nell’opera. E’ stato anche cinema per molto tempo. Agli inizi si chiamava “Luna Palace”, dopo qualche anno lo hanno chiamato “Politeama Milanese”. Ha ospitato anche spettacoli di circo, incontri di boxe. In seguito a una fortunata serie di repliche dell’opera “Madama Butterfly” il teatro è stato chiamato definitivamente “Puccini”.

Come sarà il nuovo teatro e come si chiamerà?
“Lo chiameremo probabilmente “Elfo Puccini” e sarà una multisala con tre sale: la più grande di 500 posti, l’altra di 300 a pianta scenica libera con la possibilità di spostarsi; la sala più piccola conterrà 100 posti e servirà per le prove e le piccole performances. Ci potrà essere anche un laboratorio di sartoria e una videoteca teatrale. Tutti gli spazi che servono come luogo di produzione del teatro”.

A quando il grande vento?
“L’apertura del teatro speriamo che avvenga in ottobre. Noi avremmo anche fissato una data: 20 ottobre 2009. Speriamo di riuscire a farcela. Ci sono ancora alcuni passaggi che devono essere compiuti da parte della burocrazia comunale. Dovremmo comunque entro un periodo ragionevole poter entrare nel teatro. Ed è un bellissimo sogno che si avvera perché sarà proprio la “casa del teatro” e naturalmente non ci saremo solo noi ma ospiteremo tante compagnie e diverse iniziative. Vorremmo creare una residenza di danza, di musica con i nostri amici di “Sentieri selvaggi”. E quindi tutte le altre cose che possono trovare una giusta collocazione nel nostro modo di fare teatro".

 
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Autore: Alberto Mari
10/02/2009 - 15.58.00
 
Fiorenzo Grassi: una vita per il teatro
FOTO: Fiorenzo Grassi: una vita per il teatro
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