CARO, NOIOSISSIMO GIFUNI
L'attore romano impegnato nel tour de force di "L'ingegner Gadda va alla guerra", spettacolo che si compone de "Il giornale di guerra e di prigionia" e di una coda finale, tratta da "Eros e Priapo"
Esistono testi di attualità intermittente, e certamente “Eros e Priapo” è tra questi. Difficile pensare a qualcosa di altrettanto urticante e ossessivo nella produzione gaddiana. Attorno a questa bruciante attinenza al presente, Fabrizio Gifuni ha costruito il finale di uno spettacolo che si compone di due momenti molto diversi. Da un lato, i diari de “Il giornale di guerra e di prigionia”, che sfruttano tutti i registri della scrittura dell’ingegnere e costituiscono un laboratorio della sua produzione successiva, dall’altro, lo scritto dedicato a Mussolini, pubblicato solo nel 1967, ma risalente al 1945. Considerato da più parti il miglior spettacolo teatrale del 2010, “L’ingegner Gadda va alla guerra” è una straordinaria e soporifera prova d’attore, che vive di due momenti slegati, in cui il secondo costituisce in definitiva solo lo specchio delle paure di Gifuni per il tempo che stiamo attraversando, una specie di abstract dei contenuti dei “Comizi d’Amore” prossimi venturi, un rimasticamento forzoso del bolo antiberlusconiano che ambisce a individuare l’architettura psicologica di una follia collettiva, e finisce invece per zavorrare dei toni agri dell’invettiva un tour de force che già paga nella lunga durata qualche eccesso di asimmetria (la partenza light, quella sì, davvero gaddiana, e i toni via via sempre più cupi, la predominanza del gesto sulla parola, l’eccesso di artificiosità della regia di Giuseppe Bertolucci, che mal si somma alle difficoltà intrinseche della lingua gaddiana).
È difficile tenere assieme la sottolineatura della bravura di Gifuni e la sensazione di aver assistito a uno spettacolo che “usa” un testo con spudorato mestiere e ne fa un pezzo di teatro militante. Vivo, certamente, ma che in definitiva tradisce Gadda e il tentativo dell’ingegnere di fare un’antropologia del fascismo, partendo dalla constatazione della necessità di una lingua in grado di trasfigurarne il tempo che si era ormai consumato. Indecisi se preferire il Gadda provato dalla durissima esperienza della guerra o l’osservatore impietoso e distaccato degli ultimi giorni del regime fallocratico, siamo convinti che forse sarebbe stato preferibile avere due diversi spettacoli, l’uno, sottilmente barocco, per chi ama l'ingegnere, e l’altro, arrabbiato e conformista, per coloro che, più asfitticamente, preferiscono continuare ad accanirsi contro un babbeo che di furioso ha ormai ben poco.