RONCONI DIRIGE "LA COMPAGNIA DEGLI UOMINI"
Il testo di Edward Bond viene piegato dal regista alla logica di uno spettacolo scarno ed essenziale, dove la parola è l'unica, grande protagonista
"La compagnia degli uomini", opera contemporanea dello scrittore inglese Edward Bond, portata in scena alla sala Paolo Grassi di via Rovello, è al centro di uno spettacolo, prodotto dal Piccolo Teatro e diretto da Luca Ronconi, che suona come l'ennesima sfida del regista al "suo" pubblico: non basta incantare e sedurre lo spettatore, bisogna renderlo consapevole della forza che il teatro può e deve ancora avere nella nostra società, rendendolo strumento di indagine e conoscenza. Quella a cui noi assistamo e' una storia, un triller politico - economico che ci mostra lo spaccato di una società capitalista, destinata a logorarsi dall'interno, ma è anche il racconto di uno scontro etico- generazionale.
L' intrecciarsi del destino di sei uomini porta alla luce quei germi ed quei vizi che costringono l'uomo a dichiararsi sconfitto essendo , in primis, vittima di se stesso: la falsità, la spregiudicatezza e l' attaccamento morboso al denaro e al potere travolgono gli uomini senza alcuna eccezione. C'è il vecchio Oldfield (Gianrico Tedeschi) simbolo di un' economia, basata sul potere personale, ma destinata a crollare, c'è il rivale in affari Hammond( Carlo Valli) pronto a tutto pur di guadagnare e assumere il controllo della società del vecchio affarista, c'è l'inetto per eccellenza E. Wilbraham (Giovanni Crippa) che ha deciso di vendere persino la propria dignità per danaro, il subdolo contabile Dodds (Riccardo Bini) e il maggiordomo, più simile ed uno schiavo barbaro che a un servitore fedele ed infine c'è Leonard (Marco Foschi), figlio adottivo del vecchio magnate Oldfiel, troppo fragile per ottenere qualcosa, finisce per essere strumento nelle mani di giocatori più abili di lui.
E' la compagnia della "rovina" dalla quale nessuno esce vincitore. Ronconi sceglie di rinunciare a fondali, quinte e "grandi macchine sceniche" dandoci una scena- prigione, fredda e asettica, illuminata da luci invasive, "scomode" a volte. Ciò che fa davvero da protagonista in questa messa in scena è la parola: una parola difficile, complessa da capire, che si perde in frasi al limite dell'assurdo, in periodi lasciati spesso incompleti e in subordinate complesse, ma che, se ascoltata con attenzione lancia grida di verità sulla natura degli uomini.