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LULÙ, FIASCO SENZA FISCHI

Uno spettacolo che vorrebbe essere un esperimento di metateatro. Ma che alla fine lascia delusi.

 
 

Un’interprete straordinariamente mediocre, Sabrina Colle: già questo basterebbe a rovinare uno spettacolo ambizioso, quale non può che essere una rivisitazione della 'Lulù' di Carlo Bertolazzi.

Un pezzo importante di teatro milanese, un primo tentativo di uscire dal perimetro ormai troppo angusto del teatro dialettale, per misurarsi con la sensibilità dei grandi autori europei, si tratti di  Henrik Ibsen o di Luigi Pirandello.

Ma quel che stupisce è la superficialità con cui è stato condotto l'esperimento sul metateatro, che dovrebbe costituire il cuore dello spettacolo e segnarne il senso profondo. Non è la prima volta che l'esperimento, non riuscito, lascia delusi: ci era già capitato l’anno scorso di annotare, a proposito di spettacoli portati in scena da Andrée Ruth Shammah, un senso di profonda frustrazione, che nasceva dall’artificiosità travestita di leggerezza con cui era stato condotta questa stessa ricerca.

In breve, si tratta di una Lulù quasi tradizionale. Da notare solo che sulla scena c’è anche una troupe televisiva, che dovrebbe realizzare una indagine sul personaggio di Lulù e sulla sua natura. A questo primo livello di recitazione se ne aggiunge un altro, che vede il coinvolgimento di attori sistemati in platea, i quali agiscono come se fossero parte del pubblico.

Ma, purtoppo, non c’è mai un piano d’intersezione tra la recita e l’emozione autentica: i 3 atti scorrono vuoti davanti agli occhi degli spettatori, che non trovano un motivo buono - anche uno solo - per non pentirsi di essere stati presenti allo spettacolo. Non convincono la recitazione, come si diceva, né la messinscena, né la lettura del testo, né tantomeno quella ipertestuale, pure fondamentale.

L'intero testo è infatti liquidato nelle poche battute che merita un dramma che, per la paura di spiegare troppo, non diventa mai tale. Resta da chiedersi se la strada di una sintesi tra diversi linguaggi valga la pena di essere tentata: quando gli esiti sono così incerti, è qualcosa nell’impianto stesso del progetto a non funzionare.

Così, quello che nelle intenzioni era un disegno di “riabilitazione” di una pagina importante di drammaturgia milanese, si risolve nell’evocazione episodica di un mondo solo abbozzato. Affossare la sola Sabrina Colle non ha senso, anche se resta da capire perché, dopo il cinema, occorra regalare anche l'emozione del teatro alle attrici prive dei mezzi tecnici basilari. Con Lulù c’è davvero da chiedersi cosa ne è, oggi, del teatro nella nostra città: come se non bastasse, l'Intellighenzia era schierata compatta in platea, e non è mancato il coinvolgimento della Rai nel progetto.

Quel che abbiamo visto valeva, al lordo del discorso sul metateatro, non più di una fiction confezionata alla bell’e meglio o di una soap trasmessa in orario pomeridiano. Troppo buono il pubblico, caloroso negli applausi. Ma Milano, ormai, tranne qualche isola felice di irriducibile, sana passione per ciò che si va a vedere e sentire, è ormai in balia del gusto anestetizzato della propria borghesia intellettuale, abituata a considerare l’arte e lo spettacolo, e dunque il loro patrocinio, in parte espressione della società "liquida" e in parte adesione obbligata (e interessata) a quel che crea il sistema. Da parte nostra, registriamo dunque l’ennesimo fiasco senza fischi, e ci impegneremo in futuro a cercare il teatro dov’è ancora tale.

 
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Autore: Andrea Dusio
25/01/2010 - 10.57.00
 
Lulù, fiasco senza fischi
FOTO: Lulù, fiasco senza fischi
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