IN MORTE DI STEFANO CUCCHI
Le foto e la vicenda del giovane morto in circostanze che hanno destato molti interrogativi
Le foto di Stefano Cucchi, la sua morte e tutta la vicenda che ha preceduto la fine della sua vita mi hanno riportato ad un episodio pressoché identico, avvenuto nella Stoccolma degli anni 80: quello di Rolf Machnow. Quasi la stessa età, Stefano 31 anni, Rolf 35, stessa situazione, due giovani fragili con un passato difficile, stessa tragica fine, presumibilmente massacrati di botte da qualche elemento appartenente alle forze dell’ordine, anche se ufficialmente morti per un improbabile incidente.
La vicenda di Rolf Machnow è stata trattata da Peter Birro, noto drammaturgo italo svedese, nella pièce “La tenerezza che merito” (Den ömhet jag är värd ), messa in scena al Dramaten di Stoccolma nel Settembre 2008. Alla base del dramma c’è la vicenda di Rolf, un uomo sui 30 anni tossicodipendente e di suo padre Samuel, uno scrittore di 70 anni, sopravvissuto ad Auschwitz.
Nella storia, frammentaria e a quadri talvolta onirici e deliranti, altre volte netti e crudi come la realtà sa essere, lo scrittore sottolinea come tutti gli esseri umani possano cadere nel fondo e come meritino assolutamente il rispetto, la comprensione e il riconoscimento della loro dignità e dolore senza distinzioni di sorta. Per l’autore quindi non c’è differenza alcuna tra un tossicodipendente e un deportato: entrambi hanno vissuto l’inferno, la violazione della dignità sulla loro pelle. Non esiste una graduatoria della sofferenza umana.
Tutti vanno rispettati, ogni essere umano lotta e affronta la propria esistenza. Il 28 Giugno del 1982 tre poliziotti in borghese scorsero Rolf insieme a suo fratello a piazza Sergel a Stoccolma. Rolf era conosciuto dalla polizia come un drogato. Sapevano chi era: uno dei tanti tossicomani, pazzoidi, sottoproletari che strisciano sul fondo. Rolf era un tossicodipendente e la piazza era il suo ambiente, un ritrovo familiare pur se distruttivo. Ma già da tempo Rolf aveva deciso di smetterla, voleva vivere.
Aveva cominciato il recupero. E quella sera di Giugno del 1982 si trovava in quella piazza pulito, aveva solo bevuto un po’. Secondo il referto dell’autopsia aveva un tasso alcolico dell’uno per mille, il che significa che non era “ubriaco fradicio” come poi avrebbe sostenuto la polizia nel suo rapporto. Ma nel momento in cui Rolf cominciò a protestare quando i poliziotti vollero perquisirlo e controllare se si era “fatto”, ecco che due di loro decisero di “dare una lezione al tossico”.
Lo condussero alla stanza OT, una piccola saletta d’attesa 3 metri x 2 della stazione centrale della metropolitana. Lì gli arrestati aspettavano di essere trasportati alla stazione di polizia, ma per Rolf Machnow la destinazione era un’altra. Venne portato con l’ambulanza al pronto soccorso di Sabbatsberg, dove morì quasi subito tra le mani degli infermieri. Rolf aveva molte costole spezzate, trauma cranico, lividi davanti, dietro e su tutto il corpo. Morì per un’emorragia interna, poiché la milza era scoppiata a causa di duri colpi.
Rolf era così malridotto che qualcuno del personale dell’ospedale riteneva fosse reduce da un incidente stradale. Tutti erano però assolutamente convinti che Rolf fosse stato picchiato a morte. Entrambi i poliziotti affermarono invece che Rolf fosse caduto e avesse battuto mortalmente contro una scrivania. Sarebbe rimbalzato davanti e dietro la scrivania nel modo più acrobatico che si potesse pensare, tanto da autoprovocarsi il trauma cranico, le costole spezzate, la milza scoppiata e tutti i lividi. I poliziotti chiarirono inoltre che erano stati incapaci di intervenire e di fermarlo.
Se si confronta la ricostruzione dei poliziotti sull’accaduto con le lesioni di Rolf, è evidente come loro mentissero. Ma la cosa sconvolgente non è tanto il fatto che avessero picchiato a morte un tossicodipendente, quanto che lo stesso grave episodio si fosse in seguito ripetuto più volte. Il caso di Rolf Machnow in Svezia, quindi, non è isolato, purtroppo ne sono seguiti altri, come da noi in Italia del resto, ma in Svezia Rolf rappresenta il caso simbolo della lotta contro gli abusi da parte delle forze dell’ordine.
La sua morte ha avuto rilevanza, la gente si è indignata; si è poi venuto a sapere che i tre poliziotti imputati della sua morte appartenevano ad un gruppo di polizia simpatizzante con l’estrema destra. Ci sono state proteste, processi, ma tutto alla fine è stato messo sotto il tappeto. Persino la figlia di Rolf, dopo aver denunciato pubblicamente in televisione l’accaduto e i sospetti sulle forze dell’ordine, è stata citata in giudizio dalle medesime e ha dovuto pagare ingenti somme di denaro come risarcimento.
E i familiari hanno dovuto pagarne il prezzo ancora una volta. Tutti hanno deciso di chiudere gli occhi evitando di gettare il disonore sul corpo della polizia, la cui maggioranza dei componenti fa un ottimo lavoro. “Non vale la pena di creare tanto subbuglio per un povero tossico….” Esattamente come è accaduto a Rolf, a Stefano e a tantissime altre persone dimenticate o non ritenute degne di considerazione e rispetto. E quando si pensa che questa cosa non potrà mai capitare o riguardare noi, ecco che improvvisamente ci troviamo lì, dall’altra parte, faccia a faccia con quell’altra realtà che pensiamo non ci appartenga.
Spesso, infatti, tutti tacciono di fronte a questi episodi e decidono di chiudere gli occhi davanti alla verità . Meglio tacere e aspettare che la cosa finisca nel dimenticatoio. Tanto i tossici morti non fanno chiasso. Ma i parenti di Rolf, scrittori come P. Birro, i parenti di Stefano e tutti coloro che hanno subito casi simili ne fanno eccome di rumore, combattono affinchè il paese in cui vivono sia consapevole di quello che è accaduto e accade e faccia luce sulla verità dei fatti.
Nello spettacolo di P. Birro ad un certo punto lo scrittore Samuel, parlando di Auschwitz, dice al figlio: “Se tu traduci la parola vendetta in cinese, allora si esprime così: racconta di quel che è successo a cinque famiglie. Questo è quello che io ho fatto. Ci ho dedicato tutta la mia vita!”. Anche P. Birro lo ha fatto in memoria di Rolf, affinché tutto quel che gli è accaduto non venga dimenticato. Lo stesso vale oggi per i familiari di Stefano Cucchi che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare l’accaduto pubblicando quelle fotografie. Immagini di un ragazzo, Stefano, un essere umano che aspetta ancora la tenerezza che merita.