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RIPENSANDO AL "POEMA DEI MONTI NAVIGANTI"

Lo spettacolo di Roberta Bagiarelli cerca una strada per raccontare il viaggio di Paolo Rumiz, ma la trova solo in parte

 
 

Intorno a uno spettacolo visto recentemente al Teatro Libero di Milano, “Il poema dei monti naviganti”, si può sviluppare una riflessione su un genere molto frequentato negli ultimi anni, la trasposizione di scritti di origine cronachistica e diaristica in forma recitata.

Roberta Biagiarelli e Paolo Rumiz collaborano ormai da qualche anno. Da un lato c’è un'attrice che frequenta un teatro di narrazione anomalo, che si nutre di materiali eterogenei, e che sconfina con la documentaristica. Non a caso il percorso di Roberta e quello di Rumiz, giornalista e scrittore di viaggi, si era già incontrato in occasione delle presentazioni del film “Souvenir Srebrenica”, un film che riprende la piece “A come Srebrenica”, e la fa evolvere dalla forma originaria del monologo-denuncia a materiali audiovisivi per lo più di provenienza amatoriale, realizzati all’epoca dell’assedio della città, dunque tra il 1992-1995.

La vicenda tragica dell’enclave musulmana, con i massacri compiuti dai serbi con l’indifferenza dei Caschi Blu e della comunità internazionale, ha suggerito evidentemente un livello di interazione che poi i due hanno declinato ad altre situazioni ed altri testi. La “Leggenda dei monti naviganti” è infatti il libro di viaggi, effettuati nel 2003 sulle Alpi e nel 2006 lungo gli Appennini, da cui è ricavato lo spettacolo.

Viaggi che, com’è ormai consuetudine, Rumiz documenta prima con reportage pubblicato "giorno dopo giorno" dal quotidiano La Repubblica, che poi raccoglie in un volume, destinato a una fruizione ancor più centellinata, calibrata, ma che di fatto non differisce con la versione originaria. Cambia però curiosamente, col medium, anche il passo della scrittura, a dimostrazione che quel che conta non è solo la gamba dello scrittore, ma anche quella del lettore.

Ed è in quest’ottica che qualcosa non gira nello spettacolo che è stato tratto dal libro. “Ero partito per fuggire dal mondo, e invece ho finito per trovare un mondo: a sorpresa, il viaggio è diventato epifania di un’Italia vitale e segreta. Ne ho scritto con rabbia e meraviglia. Meraviglia per la fiabesca bellezza del paesaggio umano e naturale; rabbia per il potere che lo ignora”, spiega Rumiz. E ancora: “La montagna può essere un insopportabile incubatoio di faide, invidie e chiusure. Ma può anche essere il perfetto luogo rifugio di uomini straordinari, gente capace di opporsi all’insensata monocultura del mondo contemporaneo”.

Ed è forse in ragione della differente velocità, che la messinscena non rende giustizia alla capacità di scavare a fondo, oltre lo sguardo pregiudiziale, che possiede la scrittura. C’è parola che viene riplasmata dal palcoscenico, che acquista forza e peso (pensiamo a Dario Fo), e parola che esce invece depotenziata dalla declinazione orale, perché ha bisogno del peso specifico della pagina.

Il tentativo di ricreare in scena l’andamento curvilineo della traiettoria mentale del viaggio, questa disposizione a lasciarsi trascinare dagli incontri e dagli accadimenti apparentemente più insignificanti, s’imbatte col carattere frammentario, episodico, aneddotico che assume il testo di Rumiz allorché è ripercorso con un taglio per così dire “antologizzante”.
È il problema di molti libri più o meno recenti, che se condensati perdono la capacità di indagare il mondo, e si riducono a “testimonianza di sé”, com’è capitato anche per la riduzione teatrale di “Gomorra”.

La scenografia de “Il Poema…” è essenziale e suggestiva. Una serie di scale aperte, a suggerire le cime appenniniche. Roberta Biagiarelli e Sandro Fabiano, rispettivamente giornalista e fotografo, sembrano rispondere alla volontà di sdoppiare il racconto in due differenti voci, chiamate a declinare il coinvolgimento e la distanza, la discesa e la salita, la complicità e lo sguardo disincantato. Ma è il respiro della vita vera che resta nel libro, e non sembra insufflarsi nei corpi dei due attori.

Nel viaggio conta l’andamento, e c’è da vincere l’inerzia delle cose, c’è il fattore fatica, che è decisivo, quel carattere spesso lutulento che accomuna il moto e la lettura. Un libro è sempre crinale, spartiacque, binario. È facile scendere dal lato sbagliato, così come "deragliare". Un libro è un’avventura, ancor più di un viaggio. E il teatro, con il suo “comfort emotivo” non riesce a ridarcene quel tanto di epico che resta nella scomodità, nel freddo, nel tempo inutile, nella solitudine e nei silenzi.

Quello di Roberta resta dunque un tentativo riuscito secondo noi a metà, non per demeriti, ma per la resistenza intima del testo a diventare materiale cinematico. Una resistenza indubbiamente paradossale per un diario di viaggio, ma che ci ricorda come sia importante considerare che ogni cosa ha un suo tempo, non può andare più veloce, senza rischiare di perdere i pezzi. Anche un libro, che pure sembra fatto della materia più volatile, le parole.

 
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Autore: Andrea Dusio
16/11/2009 - 14.54.00
 
Ripensando al "Poema dei monti naviganti"
FOTO: Ripensando al "Poema dei monti naviganti"
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