IL 'TEATRO STREHLER' PROPONE LA SICILIA DI CAMILLERI
"‘Il birraio di Preston" in scena dal 20 ottobre al 15 novembre, nell'edizione messa in scena dallo Stabile di Catania
L’ambientazione topografica fantasiosa, Vigata, è quella assai nota agli amanti del commissario nazionale Montalbano. A cambiare è invece la collocazione cronologica. Camilleri ci porta infatti, col “Birraio di Preston”, nella Sicilia di un secolo e mezzo prima; seconda metà dell’Ottocento, la Sicilia dell’immobilismo gattopardesco, dell’aforisma assurto a sigillo e memoria di un’epoca: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!".
Al centro del romanzo, edito nel 1995 dalla Sellerio, è la storia dell’inaugurazione del teatro civico “Re d’Italia”, per la quale il Prefetto Bortuzzi, fiorentino e, quindi, “straniero”, incurante delle vivaci polemiche e dei forti disaccordi dei vigatesi, ha deciso di portare in scena il "Birraio di Preston", melodramma di Luigi Ricci, contemporaneo del ben più noto Vincenzo Bellini.
Storie satelliti di "tipi umani burleschi", intessute e animate da voci, colori, doppi sensi, popolano questa storia in cui la vera protagonista è la folla corale, portatrice, con forza, di idee. Tutto è ritratto e messo in scena, nell’adattamento curato dallo stesso Camilleri, secondo uno sguardo deformante; i caratteri dei personaggi risultano essere così fortemente delineati, a tratti quasi grotteschi, segnati da alcuni motivi ricorrenti, il sesso, la religione, la superstizione.
Dall’inizio alla fine del racconto, regna sovrana l’ironia dissacrante del "miglior" Camilleri, la capacità di far ridere e sorridere in virtù di una battuta sagace o di un doppio senso arguto. “Poeta dello stupore” – così Giuseppe Dipasquale, regista della messa in scena de “Il birraio di Preston” e direttore dello Stabile di Catania, definisce Camilleri, sottolineando il passaggio nell’opera - “dalla commedia alla burla, dal grottesco alla tragedia”.
Nell’adattamento teatrale, numerosi risultano essere i 'richiami' al teatro di inizio Novecento, a partire dalla formula ormai consumata del meta teatro pirandelliano di “Sei personaggi in cerca d’autore”, mentre la scenografia è una riscrittura degli esterni dechirichiani. Originale è invece la veste linguistica dei personaggi; una lingua “inventata”, caricaturale, puntellata a tratti dai numerosi picciriddu, talìa, scantusa, elaborazione di un dialetto dotato di una forta espressività e icasticità.