GLI ORTI INSORTI DI ELENA GUERRINI
Un monologo che racconta il mondo arcaico della civiltà contadina, alla maniera di una "veglia" maremmana
Nell’ambito della rassegna “Il sapere dei sapori”, ospitata al Teatro Franco Parenti, Elena Guerrini, attrice storica della compagnia di Pippo Del Bono, presenta “Orti Insorti”, un monologo che di fatto costituisce una riflessione sull’eredità della civiltà contadina, nonché una sorta di disincantata precognizione sulla distruzione cui sta andando incontro il sostrato culturale profondo delle nostre campagne: una dissipazione che forse è meno evidente del cambiamento del paesaggio imposto dai processi violenti di modernizzazione, ma in realtà marcia parallela ad essi, ed anzi per molti versi ancora più perniciosa, perché impone la cancellazione di un mondo di valori e conoscenze, senza riuscire a sostituirlo con un proprio modello culturale.
La contraddizione di fondo su cui ruota, ci verrebbe da scrivere “intuitivamente”, il testo portato in scena dalla Guerrini è proprio questa: la sottovalutazione del mondo contadino, la sua collocazione strumentale nel mondo arcaico dell’analfabetismo, di fatto hanno permesso di procedere all’abbattimento di quella che invece non era una “subcultura”, ma una cultura tout court, in possesso cioè di una lettura e interpretazione del mondo articolata, forse non sofisticata, ma di certo complessa ed esaustiva.
La scena è costituita da uno spazio che “finge” quello antistante un podere maremmano. In quella che in fondo potrebbe essere una “veglia” contadina, l’attrice si trova a evocare la vita agra del nonno contadino, i suoi detti, la sua saggezza, la lezione di una civiltà orale che sapeva parlare agli animali ma anche agli alberi, che aveva un rispetto formidabile per la natura, al punto da non comperare i semi, provando invece a produrli da sé: una “green mind”, dunque, prima di qualsiasi trattato di agricoltura spontanea.
Lungi dal diventare però un’apologia astratta della vita contadina, il testo utilizza una lingua ricchissima, fatta di suoni onomatopeici, rime, canzoni, talvolta sboccate, bestemmie anche, com’è nel solco della tradizione maremmana.
La finzione ci proietta infatti in uno di quei territori tra Manciano e Scansano, dove il lavoro della terra è durissimo per il caldo estivo e il rigore dell’inverno, al punto che le piante venivano “vestite” degli abiti smessi dalla famiglia dei mezzadri.
Qui il nonno di Elena insegna a far di conto ai braccianti, utilizzando le pannocchie, e passa le serate leggendo il Tirreno, una pagina per sera, così da farlo durare una settimana. Ma è il solo del paese a comperare il giornale, mentre tutti gli altri si limitano a una sbirciata al bar. I tratti boccacceschi degli aneddoti che vengono raccontati, la vivacità di una lingua straordinariamente viva, stridono sottilmente con la malinconia del presente, in cui la campagna e la terra sembrano essere diventati il luogo di una solitudine interiore profonda, sovrastata dal rumore dei suv che sfrecciano sui vecchi trattori.
Sono 2 mondi a diversa velocità che s’incontrano, quello della lentezza e della pazienza, e la realtà di una vita sempre più ridotta alle logiche impietose di un mercato che non accetta l’imponderabile che è intrinseco alla natura.
Ed ecco allora i semi transgenici e le monoculture sostituirsi al “biologico ante litteram”, praticato un po’ per necessità e un po’ per scelta.
Nelle pieghe del racconto, sfilano anche le figure di Calvino e del suo giardiniere, l’amore per “l’età del pane” di Calvino, le pagine di Pia Pera, in una commistione tra cultura orale e letteratura, che salda in sé il valore profondo e radicale di un mondo che, pur sull’orlo della scomparsa, continua a emanare il fascino del proprio equilibrio e della propria ricchezza valoriale.