"IL GIOCO DELLE PARTI", DI SCENA AL 'CARCANO'
I personaggi di Pirandello nella regia di Egisto Marcucci vengono inseriti in tre tableaux vivant, che evidenziano il loro ruolo di giocatori-pedine sulla scacchiera della vita
A teatro, dove sembra confondersi il confine tra vita-recitata e finzione-vissuta, più forte vige l’imperativo “The show must go on”, anche quando ci si trova davanti ad emozioni autentiche. Ne è una prova il Teatro Carcano, che a pochi giorni dalla scomparsa del suo storico direttore artistico, Giulio Bosetti, ha deciso di lasciare invariata la programmazione, che prevedeva da mercoledì 13 a domenica 24 gennaio la messa in scena de "Il gioco delle parti".
Prodotto dal Teatro Stabile di Calabria, questo testo, scritto nel 1918 da Luigi Pirandello per Ruggero Ruggeri, è portato in scena per la stagione del teatro milanese da Egisto Marcucci, per la drammaturgia della brava Elisabetta Courir.
Se è chiaro fin dal titolo che la vita è solo un gioco, resta invece da decifrare allo spettatore quali siano, e se vi siano, delle regole: i personaggi vengono inseriti in 3 tableaux vivants, nei quali la scena è una scacchiera e loro ambigui giocatori-pedine.
E’ solo un triangolo amoroso quello che lega Leone Gala (Geppy Gleijeses), la moglie Silia (Marianella Bargilli) e il di lei amante (Leandro Amato), o qualcosa si più torbido segna le loro vite?
Il regista non risolve questa ambiguità, ma rende manifesta la dialettica che si insinua in ogni relazione attraverso la scenografia e la recitazione. All’apertura del sipario, nell’elegante sala borghese, dove a prevalere sono il nero degli abiti, il rosso di velluti, divani e delle rose che ricoprono il proscenio, i due amanti faticano a comunicare: l’uomo parla senza essere ascoltato e la donna manifesta, in ogni gesto e parola, un fuoco che divampa dentro lei e che non ha freno, un legame con una passionalità inappagata-inappagante e soprattutto il morboso rapporto che la lega al marito.
Qualcosa cambia all’arrivo (imposto dalla moglie) di Gala: vestito interamente di bianco questi porta in scena tutto il suo universo, fatto di un’ incondizionata rassegnazione, ed è disposto anche a segue le assurde regole volute da Silia, purché nulla intacchi il suo equilibrio.
Nel secondo e terzo atto è la casa di Leone a far da cornice agli accadimenti: l’arrivo della moglie che senza mezzi termini gli prospetta la necessità di dover duellare per onore, il chirurgo chiamato dopo aver accettato la sfida, sono consumati in quest’ambiente asettico di cui Leone è signore e padrone.
Il bianco delle pareti, degli oggetti da cucina, fino ai libri appoggiati sul tavolo, sono espressione dell’universo e del sistema in cui si è rifugiato l’uomo: come i vecchi nosocomi, l’assenza di colori permette ai malati di non sentire, provare e neanche solo pensare a emozioni e moti dell’anima.
Gli eventi precipitano e tutti si trovano coinvolti in un altro gioco, dove però si parla di armi, di ferri chirurgici, di emorragie e di morte: si deve duellare, per l’onore ferito, per la voglia di stravolgere gli eventi, ma soprattutto per incapacità di discernere realmente ciò che è bene da ciò che è male.
Un’ultima domanda prima dall’epilogo, dello sparo che da fuori scena mette fine alla partita, chi può vincere...?
Non potrà essere chi ha bluffato dall’inizio alla fine o chi ha tentato di passare la mano ma chi - come Leone - ha scelto di dichiararsi vinto dall’inizio nell’assoluta consapevolezza di essere l’unico ad aver accettato da sempre il gioco della vita e le sue regole