UNA LOCANDIERA "ANNI OTTANTA"
Colori pop e gusto della trasgressione nella rilettura del classico di Goldoni portata in scena al Libero da Corrado D'Elia
Eccomi in teatro! Pronta ad assistere a una delle piece più note di Carlo Goldoni, messa in scena da Corrado D’Elia con la compagnia dei teatri possibili. Sono al Libero, ma d’impatto mi sembra di esser arrivata sul set di un video musicale o di una pubblicità parodistica di qualche prodotto per la pulizia domestica. Le pareti della scena di un rosa acceso e lucido e i colori vivaci fanno da cornice a mobili bianchi che sembrano esser stati presi in prestito da una mostra futurista.
Nello spazio in cui cerco di far mente locale su ciò che sono venuta a vedere, una musica anni 80’, una canzoncina pop francese ( che poi si scoprirà essere il life motive della messa in scena), da sottofondo diventa confuso suono assordante, finendo per distrarmi da ipotesi e congetture. Buio, poi una serie di accensioni e spegnimenti di luce fanno intravedere - come diapositive -personaggi in abbigliamento e posa da magico mondo delle Barbie: “ah”- mi sovviene- “ecco dov’ero rimasta con il pensiero:… ma dove sono capitata?” .
Ad un tratto al buio si sostituisce una fredda luce gialla, che rende ancora più inumana quest’ atmosfera bizzarra, ma che dà, paradossalmente, la possibilità a questi personaggi di plastica di prender vita. Inguainati in vestiti di eco –pelle lucida in una gamma di colori che, escluso il personaggio del cavaliere, vanno dal fucsia al giallo canarino passando per un rosso ciliegia ed azzurro fluorescenti, gli attori non si risparmiano né per recitazione né per mimica e sono in grado di coinvolgere e divertire il pubblico in moltissimi momenti.
Il marchese (Gustavo La Volpe) - tanto nobile quanto squattrinato- e il conte (Alessandro Castellucci)- ricco, ma un po’ buzzurro ( trova infatti motivo di seduzione la sua folta peluria del petto)- si contendono l’amore della bella locandiera (Monica Faggiani) che, pur avendo un devoto quanto fedele cameriere-amante (Andrea Coppone) e uno stuolo di pretendenti, non manca di sottolineare quanto al pari del sommo piacere nel conquistare ci sia un altrettanto grande noia nell’ottenerlo.
A far le spese di questo meccanismo è l’apparentemente duro e intoccabile cavaliere (Edoardo Ribatto), che mostra ben presto, tra movenze non sufficientemente mascherate e “a parte” rivolti al pubblico, uno spirito da tenero e indifeso neo schiavo di Amore. In questa carrellata di “maschere” umane non possono mancare due donzelle pronte a tutto pur di conquistar un uomo ….e la sua dote: ecco allora che l’idea di far interpretare le due commediens a 2 ragazzi (Andrea Tibaldi e Bruno Viola) risulta essere una scelta quanto mai azzeccata; non un gesto di provocazione di 2 trans specchio dei tempi moderni, quanto piuttosto una volontà di rimarcare con l’aiuto dei loro gesti e delle voci stereotipate, l’arte propria delle donne: l’ esser attrici.
E Goldoni? È presente dalla prima all’ultima battuta, nel rispetto quasi ossequioso della piece originale nel suo contrasto con il mondo marcatamente artificiale reso da D’ Elia. Le perplessità e le incertezze per un allestimento scenico un po’ azzardato sono superate e risolte nella dialettica con la forza di un testo che dopo 300 anni non ha perso nulla della sua carica e del suo valore universale di ritratto del mondo che al di là dei tempi, delle mode e dei costumi contingenti è sempre, da sempre e per sempre uguale a sé stesso.