GABRIELE LAVIA REGISTA DI "MOLTO RUMORE PER NULLA"
Al Teatro Carcano la tragicommedia shakespeariana mette in luce il dilemma tra l'essere e l'apparire
Nella calda città di Messina, Leonato accoglie il Principe Don Pedro d’Aragona e i suoi seguaci di ritorno dalla guerra. Tra questi, Claudio, valoroso soldato, si innamora di Hero, figlia di Leonato. Invidioso della benevolenza di cui gode Claudio, e in collera con il mondo intero in cui non vede altro che tristezza e vendetta, don Juan, fratello del principe, decide di mettere in scena un inganno per disonorare la bella Hero, facendola passare per una meretrice la notte prima delle sue nozze.
La finta morte per collera inscenata dalla giovane, con la complicità di suo padre e del suo seguito, e l’arresto dei seguaci di don Juan da parte del buffone Dogberry e la sua ronda, saranno gli elementi dell’inganno atto a ristabilire la pace.
Sullo sfondo 2 chiassosi personaggi in apparente conflitto, Beatrice e Benedetto, prima si osteggiano e poi finiscono per innamorarsi, dopo aver udito i mormorii di corte. Un inganno che si disfa e l’altro che si compie.
Il primo è quello "architettato" da don Juan per i suoi fini malvagi, l’altro è quello "messo in scena" da Hero per riprendersi il suo amato e privare il suo nome dal disonore gettatole addosso da don Juan.
Anche il finale felice viene affidato alla 'menzogna' e Claudio resta vittima di 2 bugie parallele.
L’interpretazione di Gabriele Lavia della “tragicommedia” shakespeariana rispetta ed esalta l’importanza che il commediografo inglese aveva affidato al senso della rappresentazione, tutto costruito sul potere della parola. Talvolta, Lavia questa parola la rende suono, arricchendo il testo originale con musiche e canti. Tuttavia il cantato, pur essendo elemento valorizzatore della scenografia, risulta in alcuni punti superflua interpretazione corale della vicenda.
Altro discostamento dall’originale è l’interpretazione un pò troppo farsesca della ronda, le cui guardie assomigliano talvolta più ai comici Fichi d’India che a degli inconcludenti fannulloni. Tralasciando questi 2 elementi poco convincenti, la regia di Lavia interpreta in maniera originale il 'tema shakespeariano' della maschera: gli attori indossano tutti una divisa nera sulla quale appoggiano i costumi seicenteschi a sottolineare il "dilemma" tra l’essere e l’apparire.
Sono tutti uguali, menzogneri nel bene o nel male, comuni uomini che nascondono l’essere nell’apparenza. In particolare, gli abiti degli attori hanno una comune caratteristica: una manica diversa dall’altra per evidenziare l’ambiguità della realtà.
Il "molto rumore" è mostrato da una recitazione brillante che racchiude nella velocità del parlare il vigoroso tumulto di una parola ingannevole e potente, che deforma e confonde la realtà con un frastuono che si dissolve così come era nato.
La lezione di Shakespeare è compiuta, quando l’artificio getta sul grugno degli assopiti spettatori l’essenza reale delle cose, malcelata da una veste di buoni sentimenti. I leggeri comportamenti dei personaggi mascherano, strappando un sorriso, la loro vera natura.