IL MAHABHARATA IN SCENA AL TEATRO VERDI
Massimo Schuster e le marionette di Enrico Baj raccontano il più lungo e completo poema epico del mondo
Un uomo sul palco. Solo, in apparenza. Lo circondano decine di marionette, a cui dà voce, e che lo aiutano nella recitazione del 'Mahabharata'.
Lui è Massimo Schuster, attore, marionettista e regista di origini lodigiane, ma residente a Parigi da oltre 20 anni. Le marionette sono quelle, stilizzate in legno e stoffa, del pittore italiano Enrico Baj, realizzate insieme al figlio Andrea: bastoni di legno con pezzi di plastica colorata a simulare occhi e bocca, e pashmine e tessuti indiani variopinti a mo’ di abiti.
Il 18 il 19 marzo al 'Teatro Verdi' di via Pastrengo 16 è andato in scena, appunto, il 'Mahabharata', il poema epico indiano che in quanto a dimensioni è l’opera più voluminosa del mondo (15 volte più lungo dell’"Iliade"). 19 parti e 120.000 strofe, per una storia tramandata di generazione in generazione nel corso dei secoli, dove emerge un’India lontana e mitica che, come la Grecia di Omero, ci è incredibilmente vicina.
Amore, odio, liti e lacerazioni famigliari, avidità e guerre, fedeltà, dharma (cioè equilibrio universale) onore, dolore: questi alcuni dei temi del Mahabharata, che mescola sacro e profano, leggi e costumi, fantasia e realtà.
Schuster porta in scena alcune parti di questa lunghissima opera, selezionando le più significative e interpretando la parte del vecchio saggio Vyasa che racconta la storia a Ganesh, il dio-elefante, posizionato su un altare sullo sfondo.
Le vicende si intrecciano: sono quelle di figli di dei nati il giorno stesso del concepimento, di una principessa venuta alla luce da un pesce, di una regina che partorisce un’enorme palla di carne nera, di un re cieco e di un principe albino, di un guerriero che per essersi negato per sempre alle donne ha la facoltà di decidere l’ora e il giorno della propria morte.
La voce dell’attore risuona nella sala e si fa protagonista: sottolinea e scandisce, sussurra e grida, rapisce. Muove le marionette spostandole sul palco, le agita, le fa interagire avvicinandole tra loro: la sua recitazione è così abile che pare che le figure di legno si animino. La mimica di Schuster si traspone sulle marionette che la assumono.
Bastano l’intonazione, la voce dell’attore, la sua recitazione per immaginare espressioni e gestualità delle marionette, per supporle animate.
Sono passati 19 anni da quando Peter Brook aveva coinvolto 25 attori di nazionalità diverse (tra cui il compianto Vittorio Mezzogiorno) per interpretare il Mahabharata, adattato da Jean-Claude Carrière: ora Schuster resta solo in scena e alterna i ruoli di attore, narratore e marionettista per far scoprire al pubblico uno dei testi fondamentali della civiltà indiana, un pilastro della storia della letteratura.
La proposta del Teatro Verdi si inserisce nel “Festival internazionale teatro di Immagine e Figura”, con l’obiettivo di legare narrazione epica e linguaggio visuale. Il testo è stato adattato dallo stesso Schuster, insieme al drammaturgo e direttore artistico Francesco Niccolini, e con l’aiuto del sanscritista Gilles Schaufelberger e di Nora Schuster Kohli, indianista figlia dell’attore.
Opera di grande intensità e resa con enorme suggestione dall’artista italo-francese, comprende tutto il ‘vivibile’ e il ‘vissuto’ nel corso dei millenni.
“Tutto ciò che è al mondo è nel Mahabharata”, scrive Vyasa, “niente di ciò che non è nel Mahabharata è al mondo”.