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QUELLA TALPA UN PO' SOPRAVVALUTATA

Il thriller del regista svedese Tomas Alfredson si rivela più stiloso che efficace. Da salvare la cura delle ambientazioni e la bravura degli interpreti

Se fosse possibile tagliare tutti i momenti morti de "La talpa", pellicola stilisticamente impeccabile ma vuota e fredda, potremmo ricavare un ottimo film di spionaggio di novanta minuti. Il regista Tomas Alfredson ha però preferito girarne centoventisette per aggiudicarsi critiche come quella che capeggia sulla locandina italiana: “Il thriller più elegante e sofisticato dell'anno” dove “elegante” e “sofisticato” sono sinonimi di “noioso”... Sì, perché le uniche motivazioni che non fanno cadere lo spettatore nel più completo torpore sono da un lato la bravura degli interpreti, tutti primi della classe, dai vecchi leoni come John Hurt alle giovani promesse tra cui spiccano Tom Hardy e Benedict Cumberbatch, dall'altro l'attenta cura per l'ambientazione in una Londra anni '70 grigia, umida ed ostile dove la scena si concentra negli uffici del Circus annebbiati dal fumo di sigarette, soffocati dalle innumerevoli pile di fascicoli top secret che nascondono terribili verità. E' davvero un peccato che nonostante queste ottime premesse, il film non riesca mai a spiccare il volo, ma resti come imprigionato nella fissità della scenografia, mentre la tensione che dovrebbe essere costante sembra affacciarsi timidamente solo in qualche sporadica scena senza mai coinvolgere.
Tentando la via troppo forzata di confondere a tutti i costi le carte in tavola con continui flashback e piccoli nuovi tasselli che si aggiungono all'intricato mosaico fino a pochi minuti dalla fine, il regista svedese si mostra debole nel gestire quella che è la sua prima pellicola ad alto budget ed ottiene come risultato un finale fin troppo prevedibile e sbrigativo. Ancora una volta lo salva la grande interpretazione di Gary Oldman, nominato agli Oscar come miglior attore protagonista, che regala al personaggio di George Smiley tutta l'ambiguità e la forza che lo rendono una figura assolutamente impenetrabile ed affascinante.
E' probabile che impegnandosi nel rendere la trasposizione più che mai fedele all'omonimo romanzo di John Le Carrè, Alfredson abbia perso di vista l'aspetto cinematografico in senso stretto, dimenticandosi che adattare le pagine di un libro al grande schermo significa catturare l'essenza e l'anima dello scritto e tradurla in un nuovo linguaggio. Quello della settima arte.
Elisabetta Baou Madingou

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Autore: Elisabetta Baou Madingou
09/02/2012 - 21.57.00
 
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