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MASSIMILIANO GIONI, QUEL PALLONE GONFIATO

Il futuro curatore della Biennale piace a tutti, ma dalle sue mostre siamo spesso usciti disgustati. Da Paul Mc Carthy a Paola Pivi, da Tino Sehgal a Cattelan, ricordi delle iniziative pensate a Milano per la Fondazione Trussardi. Una più brutta dell'altra.

La più brutta mostra che ho visto in vita mia l’ha curata Massimiliano Gioni. Nel giorno in cui tutti si associano al coro di “evviva” per la nomina del critico trentanovenne di Busto Arsizio alla curatela della prossima Biennale d’Arte Contemporanea, mi è tornata in mente quella personale di Paul Mc Carthy ospitata nella primavera del 2010 a Palazzo Citterio, intitolata “Pig Island”, l’isola dei porci. Palazzo Citterio era allora un emblema dell’incapacità di fare della Milano post-Tangentopoli. L’intento di Gioni, nel trasferire le attività della Fondazione Trussardi dalla sede glamour di Palazzo Marino alla Scala in sedi meno convenzionali era probabilmente quella di rivitalizzare luoghi emblematici della milanesità sottratti alla fruizione pubblica. Ma nell’ampio spazio al piano inferiore, dove si concentrava la parte più significativa della mostra di Mc Carthy, pioveva dentro, e la sera della vernice le hostess giravano con ombrelli e cerate, cercando di coprire le opere dall’acqua. Le opere: convinto evidentemente di essere Francis Bacon, Mc Carthy aveva ricostruito su un grande piedistallo di polistirolo, con una grezza moquette blu che doveva fingere il mare, il caos del proprio studio californiano: scope, vecchi abiti, calchi di sculture, pentole, secchi, scarpe sfondate. Bacon però dalla sporcizia dei tubetti calpestati, le fotografie ritagliate dai giornali, i detriti che ogni giorno si accumulavano, cavava i più bei quadri che la pittura europea avesse visto dopo Velazquez. Mc Carthy solo altro pattume. “Il mio è un lavoro in progress, la trasformazione del mio studio in una performance”. E ai milanesi che si chiedevano perplessi perché sbattere via soldi per trasferire da una parte all’altra dell’Atlantico lo sgabuzzino di un sedicente artista, veniva poi offerta la visione di un George Bush rosa, in silicone, intento a prendere da dietro un maiale. C’era poi spazio per un paio di video: ragazzi che si rotolavano nel liquame (forse però si trattava di raffinatissimo cioccolato) e che, vestiti da nordisti, giocavano a inscenare situazioni alla “American Pie” nel contesto di un museo di Monaco di Baviera costruito da Albert Speer. L’anello di congiunzione tra Joseph Beuys e “Bastardi senza gloria” o solo una boiata? Una bottiglia di tomato ketchup alta due piani troneggiava nel cortile, e un cubo di salsa di pomodoro circondato da bottigliette, dall’odore nauseabondo, stazionava all’inizio del percorso di visita. Già allora ogni iniziativa di Gioni era diventata un appuntamento obbligato.
Come quando portò, era la fine del 2008, Tino Sehgal alla Gam, la Galleria d’Arte Moderna ospitata negli spazi di Villa Reale in via Palestro. Come in pellegrinaggio, assieme a un amico pittore ci andammo in un pomeriggio di dicembre. Cinque minuti dopo essere entrati eravamo fuori, decisi a ripiegare sulla visione della “Conversione di Saulo” di Caravaggio esposta a Palazzo Marino. Le sale della galleria s’incontravano infatti una serie di personaggi in costume, reclutati tra ballerini, attori, e persino tra i custodi del museo. Ciascuno di loro metteva in scena la sua piccola performance: chi cantava, chi si abbracciava in amplessi malinconici, chi assumeva pose isteriche. “Già, ma l’opera dov’è?”, ci chiedemmo. Bastava portare un tableau vivant nello spazio di un museo per farne qualcosa di nuovo? Ci venne spiegato che la peculiarità di Tino Sehgal risiedeva nel non voler lasciare altra traccia delle sue opere: niente foto, niente comunicati stampa. Nulla che potesse documentarle. Ma da registrare c’era ben poco, se non il fastidio per quest’invasione indebita di un museo, finalizzata solo a svuotare di senso il meccanismo consolidato di fruizione di un’opera da parte di chi quell’opera non è capace di farla.
Potrei passarle in rassegna una dopo l’altra, le iniziative di Gioni, e raccontarvi di capre e galline di Paola Pivi visti alla stazione di Porta Genova, o citare l’episodio dei bambini impiccati alla quercia di Piazza XXIV maggio dall’amico Cattelan, un’altra delle idee estemporanee volute per la Fondazione Trussardi dal critico bustocco Per parte mia, il prossimo curatore della Biennale fa parte della schiera di quanti, odiano in maniera così pervicace l’arte da volervi sostituire la sua derisione. Ma non sono Jean Clair, l’inverno sarà lungo, fuori e dentro il sistema dell’arte, e allora chino il capo anch’io e regalo a Gioni un fiore, bello come quelli di Fischli e Weiss che portò nel marzo del 2008 a Palazzo Litta. “Fiori e domande” era un titolo forte, e sarebbe da replicare, almeno negli intenti, in Laguna, ricordandosi che l’arte e l’arte della provocazione sono due cose differenti.

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Autore: Andrea Dusio
31/01/2012 - 23.54.00
 
Massimiliano Gioni, quel pallone gonfiato
FOTO: Massimiliano Gioni, quel pallone gonfiato
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