CARAVAGGIO, LA CANTONATA PRESA DALL'ARCHIVIO DI STATO
Dalla forzatura del senso di un documento deriva l'ipotesi dell'arrivo a Roma del Merisi nel 1595. Saltano così tutte le cronologie, e l'opera giovanile del pittore viene privata della scansione temporale evidente dall'osservazione della progressione tecnico/stilistica dei dipinti
In una città che ha come soprintendente al polo museale una persona (Rossella Vodret) che non ha mai superato il concorso per dirigente di soprintendenza (pazienza si tratti del polo museale più importante del mondo, e tutto sommato cosa importa che esista un’interrogazione parlamentare al Ministro dei beni Culturali tesa a chiarire come possa la Vodret ricoprire quel ruolo), in un Paese in cui siamo in due persone due (il sottoscritto e Tomaso Montanari, da punti di partenza diversi ma con convergenze puntuali) a scrivere del sistema corrotto che regola i rapporti tra il mercato antiquariale, le istituzioni museali e l’organizzazione di mostre, forse non deve far notizia che la testimonianza di un garzone di barbiere ritrovata tra documenti dell’archivio di Stato che gli studiosi romani avevano ignorato sistematicamente serva da pretesto per dire, con una leggerezza sconcertante, che la cronologia del Caravaggio va obbligatoriamente rivista. Eppure accade anche questo. Che la tesi viene prima pubblicata nel catalogo di una mostra di documenti, catalogo si spera a circolazione piuttosto limitata, perché tutto ciò che esorbita dallo stretto contenuto dei testi è pieno di fantasie interpretative ed attributive. E poi, cosa purtroppo che genererà errori a cascata, viene ora messa in rete, sul sito dell’Archivio di Stato, e con il beneplacito dei Beni Culturali. E d’altronde in questi mesi, parecchi dei massimi esperti d’arte antica hanno avvallato l’ipotesi presentata da un gruppo di volonterosi ricercatori, evidentemente così entusiasti della loro scoperta-certamente rilevante- da accrescerne a dismisura il senso. Ma veniamo al dettaglio di quanto è stato rinvenuto dal team guidato da Orietta Verdi e Michele Di Sivo.
Tra altre carte venute alla luce (molto interessanti quelle sulla casa di vicolo san Biagio, sulle opere che Michelangelo Merisi può avervi dipinto, sui rapporti tra Caravaggio e la giustizia, sulla fuga da Roma dopo l’episodio dell’uccisione di Ranuccio Tomassoni), ci sono tre inediti, relativi a un’indagine condotta dal tribunale del governatore di Roma in cui il giovane Caravaggio viene citato da tre testimoni come persona in qualche modo coinvolta in un’aggressione. L’aggredito non è, come si credeva sino a pochi mesi, per un’errata interpretazione dei documenti, il garzone di barbiere, ma un musico, che chiama il garzone come testimone.
Il fatto avviene l’8 luglio 1597. L’uomo, di nome Angelo Zanconi, durante l’aggressione, perde il cappello e il ferraiuolo, ossia il mantello, che gli viene riportato proprio dal garzone, di nome Pierpaolo. Questi, chiamato davanti ai giudici, inizialmente non vuole confessare il nome della persona che gli ha dato il ferraiuolo. Viene imprigionato, e, dopo una notte in carcere, si decide a parlare. Spiega che il mantello è stato riportato da un pittore che si chiama Michelangelo, e che lo conosce dalla primavera del 1596, dal momento che lavorava presso la “"bottega di un pittore che stava in sulla strada per andare alla scrofa", di nome Lorenzo (che è stato identificato in Lorenzo Carli). È questa l’attestazione diretta più antica della presenza di Caravaggio a Roma.
Sino a oggi però, in assenza di fonti dirette, si pensava che nel 1592, quando è ancora documentato nel paese natio, o al massimo nel 1593, Michelangelo Merisi fosse sceso nella città papale. Il lasso di tempo che corre sino alle sue prime commissioni pubbliche, ottenute grazie all’appoggio del suo protettore, il cardinal Dal Monte, deve infatti essere di tale ampiezza da consentirgli da un lato la progressione tecnico/stilistica che si osserva nelle sue opere, dall’altro essere adeguato a “ospitare” tutta la concatenazione di eventi e di relazioni di cui ci riferiscono i suoi tre biografi: il Bellori, il Mancini e il Baglione. Invece il sito dell’Archivio di Stato recita così. “L’ipotesi che scaturisce dai documenti editi e inediti, riletti e contestualizzati è che Caravaggio non sia giunto a Roma nel 1593, come finora ritenuto, ma nel 1595. Si aprono così scenari del tutto nuovi per lo studio dell’attività artistica di Caravaggio. Tale ipotesi obbliga a riconsiderare la datazione dei suoi dipinti giovanili, e di conseguenza a ripensare l’evoluzione di tutto il suo iter artistico sia a Milano che a Roma”.
Sulla scorta del ricordo di un garzone di parrucchiere, o meglio, dell’idolatria per i documenti tanto in voga tra gli storici dell’arte romani, dovremmo così gettare all’ortica una cronologia saldamente agganciata a delle evidenze stilistiche, per comprimerla nel giro di pochi mesi, in cui Michelangelo Merisi dovrebbe, dopo non averci mai lasciato un quadro sino a 24 anni (cosa senza precedenti nella storia della pittura antica) passare in tre anni dalle incertezze del “Bacchino malato” alle grandi tele della Contarelli. Le memorie di un garzone di parrucchiere non sono l’anagrafe, né ci resta alcuna notizia di quale fosse la sua confidenza con il pittore (lo conosceva di vista? Ci aveva parlato? Lo frequentava saltuariamente? Difficile pensare a un rapporto amicale, visto che il ragazzo afferma che il pittore è “Un giovenaccio ...”, e dice che all’incirca ha 28 anni, sbagliando di tre anni, non poco, perché nel luglio del 1597 Michelangelo aveva ancora 25 anni, il che avvalora l’ipotesi che la conoscenza tra i due fosse molto parziale. Eppure il gotha degli studiosi romani, che compaiono tutti nel comitato scientifico della mostra “Io Caravaggio” e nel catalogo pubblicato da De Luca Editori (dove fa la sua prima apparizione anche la favola della Flagellazione di Santa Prassede attribuita al fantomatico “laboratorio caravaggesco”, una definizione che farebbe arrossire di vergogna uno studente al primo esame di storia dell’arte, e che invece viene da Claudio Strinati, predecessore della Vodret), ha avvalorato l’ipotesi di una nuova datazione dell’arrivo di Caravaggio a Roma. Longhi si sarebbe sbellicato all’idea di un 25enne che fa di sé un autoritratto tardo adolescenziale qual è il “Bacchino malato”. Ma tant’è: a tal punto sono scaduti gli studi di storia dell’arte nella città che detiene la quota più importante al mondo di patrimonio artistico che neppure le più elementari cognizioni di fisiognomica bastano a rendere evidente la cantonata insita nella volontà di forzare maldestramente il significato di un documento, al fine di poter gridare alla scoperta a sensazione.