MOGWAI, TUTTE LE PROVE DI VITA SUL PIANETA POST ROCK
Con il settimo album "hardcore will never die, you will" la band scozzese pubblica un lavoro diretto e tirato, lontano dal formalismo di pieni/vuoti dei dischi recenti. Tracce più dinamiche, e un intreccio calibrato tra chitarre ed elettronica la chiave per un'opera particolarmente riuscita
Ciclicamente si fa un gran parlare di morte del rock, spesso sui quotidiani, e volentieri a sproposito. È un vizio generato da una chiusura storica della carta stampata verso questo genere musicale, che produce come conseguenza il fatto che se ne scriva quasi sempre con intento sociologico e non critico. E d’altronde il collaboratore del quotidiano cerca ogni possibilità per poter scrivere della sua musica preferita, anche se male, “purché se ne parli”. A fine anno si sono esercitati sul tema tutte le prime firme della stampa nazionale, da Gino Castaldo di “Repubblica” a “Paolo Giordano” del “Giornale”. Il tema della morte del rock in sé non sarebbe così interessante, se negli scorsi mesi non fosse stato prodotto un saggio di grande levatura, da parte del critico britannico Simon Reynolds. Il libro, edito in Italia dalla ISBN di Massimo Coppola, si chiama “Retropolis”, e ha una tesi molto semplice: da qualche anno a questa parte nell’ambito della musica giovanile di consumo non si inventa più nulla da zero, e tutto sembra invece un maniacale riciclo di stili, sonorità, influenze, metodi di registrazione, look. La più autorevole pubblicazione in ambito musicale del web a livello mondiale, Pitchfork, avvalora di fatto questa tesi, generando una classifica dei migliori album del 2011 infarcita di nomi di artisti e band che si collocano in uno spazio che va dalla rivisitazione al plagiarismo. Pensiamo in questo senso ad artisti come Destroyer, Ariel Pink, o a gruppi come i Girls, sino al prossimo grande fenomeno del 2012, Lana Del Rey, o a Likke Ly, che sono destinate a costituire in ambito alternative quello che sono state negli ultimi anni Amy Winehouse e Adele, artiste anch’esse fotocopia della musica r’n’b della fine degli Anni Sessanta.
Tornando allo specifico del rock, naturalmente non è affatto vero che il genere è morto. Lo si potrebbe pensare, al di là dei valori di vendita degli artisti (che nulla c’entrano con lo stato di salute di un genere) ascoltando i Black Keys, che in effetti non sono altro che l’ennesima riproposizione del garage rock già riportato artificiosamente in vita un lustro fa da una manciata di gruppi capitanati dai pur bravissimi White Stripes. Esistono però miriadi di artisti estremamente creativi e innovativi. Per citare quello che a Milano Cultura piace di più in assoluto, faremo il nome dei Tv on the Radio. In questa sede ci piace però concentrarci su entità ancora estremamente interessanti, per le quali però il mercato sembra aver decretato un precoce de profundis, come se non avessero più nulla da dire. Facciamo in questo senso tre nomi diversissimi, per genere, provenienza e epoca di affermazione: dEUS, Twilight Singers (evoluzione degli Afghan Whighs) e Mogwai. Proprio del gruppo scozzese, che per molti versi è considerato il più seminale e longevo della scena post-rock (sebbene non appartenga alla scena di Louisville, dove il post-rock è nato), ci vogliamo occupare, e in particolare del bistrattato settimo album di una formazione che ha ormai alle spalle quasi quindici anni di carriera. "Hardcore Will Never Die, But You Will", titolo indubbiamente simpatico, che riecheggia il secondo, grande album della band, “Come on die young”.
Il post rock nasce in definitiva per un’esigenza di allontanamento dalla forma canzone, verso una modalità più aperta, vicina a quella del jazz. La declinazione dei Mogwai è da sempre improntata a un suono che vive di contrasti tra pieni e vuoti, con l’innesto graduale di una sensibilità elettronica e ambientale, e una propensione verso strutture reiterate e circolari. Approdati con “Mr.Beast” nel 2006 a quello che la stampa britannica si affrettò a definire l’album più importante dai tempi di “Loveless” dei My Bloody Valentine, nell’ansia di fare della Matador la nuova Creation (e di salvare così la discografia indipendente britannica dall’inesorabile declino), i Mogwai furono successivamente scaricati, con l’accusa che la spinta creativa nel successivo “The hawk is howling” si fosse esaurito.
Naturalmente “Hardcore will never die…” non è un album hardcore. Si tratta piuttosto di un lavoro canonicamente rock, per come lo può concepire una band che col rock non si è mai misurata sotto il profilo del songwriting, ma che è sempre rimasta in quell’ambito stilistico per quanto riguarda il profilo del suono. Si prenda ad esempio il pezzo probabilmente più riuscito di tutto l’album, la direttissima “San Pedro”, animata da una ritmica travolgente, e per il resto affidata alla crescita del suono delle chitarre e a pochi, martellanti accordi di piano. Che cosa le manca per essere un’apertura classica on stage per una rock band? Il limite maggiore della formazione di Glasgow, ossia il formalismo consolidato in certe dinamiche diventate negli anni un marchio di fabbrica è qui superato da un tiro molto più sbarazzino. Dall’altra parte, ci sono tracce estatiche come “Too raging to cheers”, che esibiscono la capacità di approfondire la direzione di ricerca aperta nel 2001 con “Rock Action”, e cristallizzatasi precocemente in forme statiche e poco originali in “Happy songs for happy people”. Ora i Mogwai sanno che non ha senso fare una traccia esclusivamente ambient. E con “Letters to the metro” ci regalano la loro “Warzawa”: un racconto urbano in battuta bassa, mescolando il pianoforte parco di Barry Burns a chitarre che non hanno mai suonato così suadenti e rilassate alle loro latitudini. Il basso di "George Square Thatcher Death Party" si spinge dalle parti dei Ride, ricordandoci che una punta di shoegazer è pur sempre rimasta nelle scarpe dei ragazzi scozzesi. Di contro, ritorna quell’ossessione per i filtri applicati alla voce, lascito dell’adolescenza trascorsa negli Anni Ottanta. Un disco meno profondo del passato? Certo “Mexican Grand Prix” avvalora quest’ipotesi, ma forse la parte più inautentica del loro suono consisteva proprio nello stressare certe situazioni “sturm und drang”. Questa volta concludono l’album con una traccia titolata “You’re Lionel Richie”. Che naturalmente, a dispetto dal titolo, è serissima, inizia come un’egloga pastorale e presenta anche un inserto in italiano, probabilmente colto da un film, parole che fanno pensare alla favola di Esopo del lupo e del leon. Il finale è puro Mogwai, magniloquente e stentoreo, già sentito, eppure necessario in un lavoro in definitiva molto agile, che scorre tutto in superficie. Dal post rock al rock tout court? Troppo facile, sembra quasi il titolo di un pezzo di Gino Castaldo…