MICHELE DI TORO IN CONCERTO
L'appuntamento con il jazzista lo scorso 11 Agosto, guest-star del Festival Mimus
L’immagine che ho in testa è quella di un ragazzo seduto al pianoforte e il suo insegnante con le mani fra i capelli. È questa la scena che immagino pensando a Michele Di Toro studente al Conservatorio, alle prese con i rigidi programmi ministeriali e le inflessibili pretese interpretative dei Conservatori italiani. Questa la "disperazione" del suo Maestro: avere tra le mani un talento di fronte al quale non si poteva fare altro che arrendersi, il cui unico imperativo era la fantasia; perché non c’era grande autore che potesse frenarlo, non c’era pentagramma che potesse trattenerlo: il suo "limite"? Un paio di battute: subito dopo cominciava a “svisare”, improvvisare; sentiva il dovere di aggiungere un’armonia che non era scritta, il piacere di suonare note mai sentite prima.
L’occasione di ascoltare il recital di Di Toro ce l’ha regalata il Festival Mimus, appuntamento dell’estate abruzzese, che si tiene a Casoli, nel cuore della provincia di Chieti, con la Direzione artistica del compositore Marco Di Bari. Una di quelle manifestazioni che riempiono l’estate italiana con appuntamenti di prestigio, di quelle che, nonostante non abbiano grandi Enti a sostenerle, sono sopravvissute ai “tagli” selvaggi del Bondi-decreto. L’appuntamento con il recital del jazzista era fissato per l’11 Agosto, la cornice quella del Castello medievale della cittadina, una location magica, tra alberi secolari e la "presenza" di D’Annunzio (che del castello fu ospite per diverse estati) che aleggiava nell’aria.
L’inizio del concerto è stato quasi sottotono, per la verità, che sembrava non promettere le "scintille" che chi conosce Di Toro si aspetta ad ogni sua performance. Il punto è che il programma era già scritto: Joplin, Morton Feldman e via via tutti gli altri, per un percorso attraverso la storia del jazz che il programma “annunciato” sulle brochure suggeriva. E allora era come una partitura pronta per essere eseguita, già scritta, dove tutto era già su carta. Poi, improvvisamente, una deviazione di percorso, un’improvvisare più lungo dell’usuale e finalmente, eccolo là, il musicista che viene fuori, il talento che fa “saltare” tutto ciò che ha il sapore del già deciso, del prestabilito. E lo riconosci lì, nel momento in cui t’ "inganna", nel momento in cui la materia musicale inizia diventare “incandescente”: lì inizia il talento di Michele Di Toro, quando avverti quella sensazione fisica del ritmo del tuo respiro che s’innesta su quello della musica e senti una gioia di vivere dentro che prima di capire da dove arrivi ti “stampa” un sorriso sul viso.
Lì inizia l’avventura: e così, proprio mentre ti convinci di aver capito, quando hai riconosciuto che lo spettacolo vero ha avuto inizio, ecco che una "nota ribattuta" viene a catturarti: violenta, interminabile, tesa come un pensiero che non fa dormire; energia, fisicità, un’intensità che ammutolisce e strega il pubblico. “Erano campane tibetane”, ci sarà dato sapere dopo il concerto dalla voce dello stesso musicista. E’ a quelle che pensava, come fosse la cosa più “naturale” del mondo a cui pensare in quel momento: e invece, in queste allucinazioni sonore è custodita la sua caratteristica più autentica e originale: essere, di fronte a quel piano, come un bambino che sogna i luoghi e le magie che vorrebbe vivere.
E allora ci si ritrova a viaggiare, tra foreste e canti di uccelli o nella malinconia di serate autunnali, tra campane tibetane o il rumore assordante delle cascate del Niagara popolate da mostri marini; i più attenti, a quel punto, avranno chiaramente visto il programma scritto sulla brochure sfuggirgli lentamente di mano: i 3 brani di Gershwin in programma mixati come fossero un unico brano e accuratamente "fatti a brandelli", puzzle da incastrare fra temi musicali delle più strane provenienze, i temi di Monk accennati tra una nota e l’altra del tema di “Braccio di ferro” e così via: tutto immerso nel medesimo caleidoscopico recipiente che ha dato vita ad una musica pulsante, viva, che quasi ti sembrava di assistere alla nascita di qualcosa, di sentire il calore del fuoco sacro della creazione.
E’ la magia del jazz, in fondo: assistere all’istante della creazione, essere lì nel momento in cui un'idea prende forma. La velocità del tuo pensiero è un dettaglio a quel punto; perché è in quel lasso di tempo che definisce un istante che si ci arrende alla musica di Di Toro.
Poi “Emozioni” di Lucio Battisti e il tema di “Aladin” del film della Disney: una deviazione di percorso lunga un quarto d’ora, insospettabile, ipnotica e cullante. Sarebbe potuto diventare un "momento da pianobar" se ci pensate, il passo sarebbe stato breve. E invece in quelle note c’era anche Chopin e anche Ravel e tutta la raffinatezza di armonie pensate e raffinate: e così è stato semplicemente un momento di pura poesia. E a chiudere la performance un finale esplosivo con variazioni su Mozart e brandelli di un notturno di Chopin suonati con la maestria dei grandi pianisti classici.
Un talento quello del pianista abruzzese che speriamo (e siamo fiduciosi) non si sazi mai di scoprire nuovi mondi sonori, di divorare armonie e suoni del mondo contemporaneo, di studiare e confrontarsi con i grandi del passato: perché se c’è un pericolo nascosto in ogni grande talento è quello che possa bastare a sé stesso, che possa entrare in un circolo autoreferenziale, che raggiunta una perfezione (come ci sembra sia accaduto per Di Toro) non ne cerchi altre possibili. Solo così gli saranno concesse vette sempre più alte, quelle che sembra pronto a raggiungere con la facilità che è solo dei fuoriclasse, quelle che da un artista come lui ci si aspetta. Perché è un talento fatto di jazz al 100%: perché se c’è una scommessa che è tutt’uno con il fare jazz è quella di fare un viaggio di cui non conosci la meta, ma solo il punto di partenza; puoi sapere dove ha inizio, ma non dove andrai a finire...
Ed è una scommessa che è una scelta poetica per Michele Di Toro; chi lo conosce sa che ogni percorso segnato sarà “tradito”, che “sviserà”, anche su un programma “concordato”, esattamente come se avesse davanti a lui uno spartito di Bach o di Mozart, incapace di non seguire sé stesso: la sua arte è quella di "tendere trappole" a chi ascolta, il suo talento quello di renderci inermi e portarci dove la sua fantasia, capricciosa e geniale, decide di portarci. Ma in fondo il jazz stesso è nato per ingannare, per non lasciarci capire fino in fondo, per cullarci, ammaliarci, ipnotizzarci.
Il jazz è nato per sedurre e Michele Di Toro è un gran seduttore.