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BRIGHT STAR, OVVERO I "DANNI" CHE FA IL BIOPIC

L'ultimo film della Campion non si sottrae a un'estetica programmatica, che ci impedisce di "entrare" davvero nella storia di John Keats e Fanny Brawne

Il cinema di Jane Campion è fatto di equilibrismo, sospeso com'è tra perfezione estetica e senso della narrazione. Per la prima volta, però, nell'attesissimo “Bright Star”, qualcosa non funziona. La ricchezza del racconto di “Un angelo alla mia tavola” e di “Tootsie”, i lungometraggi che rivelarono il talento della regista australiana, così come la capacità di sintesi emozionale di “Lezioni di piano” sembrano un lontano ricordo. È come se, avvicinandosi alla materia scottante di un biopic, la Campion abbia deciso deliberatamente di defilarsi, scegliendo uno sguardo laterale, e spostando l'attenzione dai personaggi ai sentimenti, sorvegliati con l'attenzione dell'entomologo, senza cioè che s'inneschi alcun meccanismo di identificazione e dunque di compartecipazione.

E così, il film dedicato alla vicenda umana di John Keats e alla storia d'amore del poeta romantico e di Fanny Brawne, diventa una storia al femminile, scritta però in terza persona, dove lo spettatore vorrebbe penetrare di più i pensieri del protagonista e si trova invece rimbalzato nella dimensione più prevedibile della pellicola di costume. Perché la storia d'amore dei due è impedita dalle convenzioni sociali, che impediscono a persone di ceto diverso di sposarsi, e finiscono per determinare una sorta di distacco prospettico, perché Fanny è sempre pienamente consapevole del carattere provvisorio della sua storia con John, e non mette mai in discussione questo limite.

Come capita spesso con i biopic, la vicenda è dunque doppiamente ingabbiata, dalle traiettorie biografiche e dalle determinazioni caratteriali dei personaggi, e finisce per assumere un'impronta meccanicistica. È naturale che una biografia abbia un determinato sviluppo narrativo, mentre è meno scontato che i personaggi non abbiano evoluzione psicologica. Keats è sempre e solo sfortunato, la Brawne vive la sua passione come se stesse leggendo un libro, ma non riesce ad assecondare i propri sentimenti con un'autentica assunzione di responsabilità in merito all'incontro con Keats e alle sue implicazioni.

Nella storia tra i due s'inserisce così l'amico di John, Brown, l'unico che "agisca", anche se egoisticamente, il proprio destino. È lui, paradossalmente, a mantenere il controllo della storia, e a determinare lo sviluppo della vicenda. L'impianto estetizzante del film, che per la fotografia, la preziosità dei costumi e persino il casting dei personaggi principali e dei comprimari, fa pensare a lunghi tratti a un servizio di moda da rivista patinata, come già capito con il “Maria Antonietta” in salsa new wave di Sophia Coppola, convive dunque con quella che potrebbe rivelarsi niente più di una doppia, ermetica metafora.

Le "lettere" riparano dalla vita? O impediscono la vita? I versi di Keats, così artificiosi, modellati sull'adesione incondizionata a un'estetica, quegli stessi versi che innescano la curiosità prima e poi i sentimenti di Fanny, non sono forse una sorta di “trappola temporale”, che costringe i due a vivere la propria storia come se dovesse per forza essere condensata nella metrica di un verso, nella misura dell'esistenza di una farfalla? E la gelosia con cui Brown preserva John dall'amore di Fanny, non assomiglia da vicino alla dedizione esclusiva che chiede la "pratica della poesia", una sorta di sequestro che finisce per operare, nella vita di Keats, prima uno scambio logico e poi un'inversione di polarità tra vita e morte?

Procedendo con una narrazione reticente, la Campion non ci fa mai sapere nulla di più di Keats di quanto passa nella testa di Fanny. Lo vediamo diventare una figurina della famiglia della ragazza, a tavola per Natale con la madre e i fratellini, oppure in procinto di partire per l'Italia, quand'è ormai malato irreversibilmente di tisi, e gli amici lo convincono ad abbandonare l'Inghilterra e i suoi freddi inverni. John va a Roma con la consapevolezza di morirci, lontano da tutto ciò a cui tiene. Fanny ricomincia una vita grigia, nell'attesa di una notizia tragicamente scontata. Dal punto di vista dello spettatore, la storia del film non è mai iniziata, ed il film si rivela asfitticamente tautologico, incapace di uno scatto, imbrigliato in una marcia inesorabile verso il proprio finale. Può anche darsi che le scelte di regia aderiscano tutto sommato a un piano di realtà, che le cose siano andate davvero così. La qualità di un biopic però non risiede nella fedeltà con cui aderisce alle vite, ma nella capacità di farle deragliare dalla loro ri-scrittura automatica.

Firmando ancora una volta un lavoro “ al femminile”, la Campion sembra nell'occasione privare la visione di una metà di senso. Lo sguardo di Fanny su John non è sufficiente a farci sapere tutto quello che vorremmo sulla loro vicenda. E l'amore finisce così per essere assimilato a un distico, sublime se mandato a memoria come una sequenza, impalpabile però al di fuori di questa esistenza elegiaca, effimero come una recita dell'Arcadia, impossibile da vivere sino in fondo.

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Autore: Andrea Dusio
02/07/2010 - 22.21.00
 
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