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HANGAR BICOCCA, IL BLUFF-BOLTANSKI

Molto meglio i video di Carlos Casas dell'installazione concepita dall'artista di origine ucraina, scelto per rappresentare la Francia alla Biennale di Venezia 2011.

L’Hangar Bicocca è un po’ la summa delle contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea. Riaperto dopo lunghi lavori e trasformato in uno spazio espositivo vero e proprio, in grado cioè di ospitare mostre, resta però avvinghiato alla propria storia di "sito industriale", appartenente a una parte marginale della città, che i milanesi non frequentano e i turisti non raggiungono.

La meravigliosa presenza dei “Sette palazzi celesti” di Anselm Kiefer, esposti qui in maniera permanente dal 2004, dovrebbe costituire, e costituisce di fatto, una delle testimonianze più importanti in merito ai linguaggi artistici del nostro tempo. Ma resta ancora un oggetto misterioso, che in pochi hanno visto, e in molti continuano a ignorare.

Attorno a queste torri, che evocano emozioni profonde, parlandoci della nostra storia e del nostro destino, è stato ora concepito, sotto la direzione artistica di Chiara Bertola, un percorso in grado di rileggere una delle opere più significative di Christian Boltanski, “Monumenta 2010”. Al contrario di Kiefer, Boltanski non appartiene al rango degli artisti che ci piacciono. Siamo consapevoli della sua centralità nel panorama dell’arte contemporanea, che è sempre più quello di un’arte senza opera, giocata sulla stratificazione dei significati, senza riflessione attorno alle "bellezza del significante".

Dal 2008 Boltanski registra incessantemente i battiti del cuore di un numero crescente di persone, che vanno poi ad arricchire la “library” degli Archives du coeur, l’Archivio dei cuori dell’umanità, custodito alla "Naoshima Fututake Art Foundation" nell’isola giapponese di Teshima. Il ripensamento di quest’opera di catalogazione ha portato Boltanski a formulare una maniera nuova per rendere fruibile l’installazione “Personnes”, già mostrata a Parigi e a New York. Il pubblico si trova ad attraversare un lungo corridoio, che di fatto costeggia il panorama delle torri di Kiefer, e dunque si snoda attraverso uno spazio che potrebbe assomigliare agli studi di posa in cui vengono conservate le scenografie di film come “The road” e “La guerra dei mondi”, o anche una strana reminiscenza dei documentari girati tra le torri yemenite da Pierpaolo Pasolini. Attraversando la navata lunga dell’Hangar Bicocca, seguendo il percorso obbligato di un corridoio illuminato, il visitatore sente i battiti del cuore umano diventare sempre più forti, in una crescente sensazione di claustrofobia.

C’è qualcosa di ineluttabile, di chiuso, in questo dispositivo, ed è ciò che non ci piace nell’opera di Botalski. Si tratta di una sorta di "manipolazione emozionale", non dell’idea di liberare in chi guarda un’associazione di "immagini e vissuti". Alla fine del corridoio si entra in una grande spazio, dove una gru sposta mucchi di abiti, scegliendoli da una montagna di vestiti smessi, e accatastandoli un po’ più in là. Questa prospettiva disperata dell’esperienza umana, che si conclude con un’esclusione casuale dalla vita, sia stessa ordinata da Dio o mossa da qualche altro elemento meccanicistico, allude alla fragilità umana e alla dispersione dell’identità nella collettività. I visitatori sono inoltre invitati a registrare a loro volta il proprio battito cardiaco, andando ad arricchire quest’archivio che in molti giudicheranno poetico e a noi pare solo pleonastico. Dieci giorni prima della chiusura della mostra i visitatori potranno anche portarsi a casa uno degli abiti che compongono questa piramide emblematica della condizione umana, e che a casa di ciascuno torneranno a essere, parafrasando Pistoletto, “stracci senza Venere”.

L’impegno di Andrea Lissoni come curatore per la parte new media dell’Hangar Bicocca dà invece i primi frutti, estremamente positivi, con la trilogia di video di Carlos Casas, filmaker catalano che presenta in anteprima mondiale la sua installazione “End”, che si inscrive in un progetto più ampio, denominato “Terre Vulnerabili”. Il primo elemento d’interesse è costituito dalla modalità di fruizione: lo spettatore ha di fronte 3 schermi, concepiti per una tripla proiezione sui due lati, che viene declinata attraverso un’opera che si dispiega da un lato su 3 schermi, mentre dall’altro 3 proiezioni convergono su di uno schermo singolo. Fin qui, siamo però sullo stesso piano dei balocchi con cui si diverte Francesco Bonami, dei quali lo spettatore più ben disposto può avere un saggio esaustivo nella rassegna ora ospitata dalla Rotonda della Besana. I fieldwork di Casas, che in qualche modo richiamano la stessa idea di Nord evocata dalle trasmissioni radiofoniche curate da Glenn Gould, tessono un racconto che il montaggio ogni volta diverso con cui l’opera viene fruita rende episodico e frammentario, e tuttavia straordinariamente coeso per poetica. Si tratta di filmati girati in Uzbekistan, Siberia e Patagonia, tra lo stretto di Bering, il Lago di Aral e la Terra del Fuoco.

Chi sono gli uomini che abitano questi spazi posti ai confini della civiltà contemporanea, a che tempo appartiene il loro tempo, quali sono i loro gesti e le loro occupazioni? Di che vivono, come fanno a sostenere il peso dell’esistenza all’interno di una dimensione che ai nostri occhi sembra richiamare qualche evento apocalittico, ponendosi in un mondo che non c’è ancora o, apparentemente, non c’è più? Casas analizza la realtà con sguardo antropologico. Eppure i suoi video sono a lunghi tratti deprivati proprio dell’elemento umano, da un parte e dall’altra della camera. Le riprese statiche, i movimenti lentissimi della macchina da presa, la suddivisione dell’immagine e la sua scansione sui tre schermi, fanno a tratti pensare a una sorta di desolata, ultimativa cartolina da un mondo che pare sull’orlo della scomparsa.

C’è qualcosa del gigantismo romantico di Herzog, in questi tempi lunghissimi, che sembrano dialogare, più che con il linguaggio scaltro della videoarte, con il cinema invisibile di Sarunas Bartas e i suoi “Seven Invisibile Man”, o, paradossalmente, con le periferie umane di “Ossos”, il capolavoro di Pedro Costa, per il loro carattere di testimonianza di una strenua, involontaria resistenza all’assimilazione della civiltà occidentale.

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Autore: Andrea Dusio
29/06/2010 - 23.13.00
 
Hangar Bicocca, il bluff-Boltanski
FOTO: Hangar Bicocca, il bluff-Boltanski
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