GERMANO CELANT E LE DOMANDE CHE A NEW YORK NON FAREBBERO MAI
Arte povera, assessori uscenti di Lombardia e Piemonte: non si poteva aspettare dopo le regionali?
Non capita tutti i giorni di farsi dare del "provinciale" da Germano Celant. È una di quelle cose che possono capitare agli sventati e agli "scemi del villaggio".
A me è successo nel corso della conferenza stampa dell’evento 2011, "Arte Povera", alla Triennale di Milano, in un salone d’onore gremito di giornalisti.
“Queste cose a New York non le avrebbero mai chieste”, mi ha stigmatizzato Celant, mentre dalla platea e dal palco dei relatori si levavano nei miei confronti gli strali di chi è infastidito ad avere un tale "zotico" al proprio consesso.
Cosa avevo chiesto di così grave e ingiurioso? Facciamo un passo indietro.
La mattinata vedeva la presentazione del progetto “Arte Povera”, curato dallo stesso Celant. Un evento che nell’anno del 150° dell'Unità d'Italia intende celebrare il movimento individuato dallo stesso Celant nella seconda metà degli anni '60.
Bene. Una grande rassegna in grado di rappresentare al meglio 'individualità' come Boetti, Fabro, Kounellis, Pistoletto, Merz, Pascali, è la benvenuta. Anche perché nel 'Padiglione Italia' della Biennale, affidato - notizia di questi giorni - a Vittorio Sgarbi, ci sarà sicuramente spazio per tutto tranne che per l’arte povera.
Tra le autorità convocate, figuravano Paolo Verri, direttore del comitato 'Italia 150', Massimo Zanello, assessore alle Culture, Identità, Autonomie della Lombardia, Andrea Bairati, assessore alla Ricerca e Innovazione in Piemonte, e i rappresentanti delle sedi museali destinate a ospitare la mostra.
Dunque Pio Baldi e Anna Mattirolo per il Maxxi di Roma, Gianfranco Maraniello per il Mambo di Bologna, Eduardo Cicelyn per il Madre di Napoli e Davide Rampello per la 'Triennale'. Tra costoro, c’è chi ha individuato in sei milioni di persone il target di potenziali visitatori coinvolti dagli eventi dei 150 anni dell'Unità sull’asse MITO.
Tutti chiaramente interessatissimi all’arte povera e soprattutto a una curatela di Celant sicuramente "rivoluzionaria", visto che si occupa incessantemente dello stesso tema dal 1967.
A chi scrive è venuto in mente di chiedere come mai, visto che i mandati degli assessori presenti scadono il 10 febbraio 2010, non si fosse aspettato a comunicare la loro adesione dopo le elezioni.
Siam "gente di paese", ha ragione Celant, e non ci verrebbe mai in mente di ridipingere di viola l’appartamento in cui viviamo in affitto 3 giorni prima di lasciarlo. Pur essendo naturalmente assodato che il viola è il colore più bello del mondo, o almeno il viola-Celant.
Evidentemente, la domanda ha fatto "saltare" i nervi a qualcuno. Non a Zanello, che ha risposto con straordinaria educazione a una domanda pur sempre legittima. Certamente ingenua, ma non fuori luogo.
Ma tra il pubblico c’è chi ha sbottato: “assessore, non perda nemmeno tempo a rispondere a queste scemenze”.
Come giornalista, il mio obiettivo non è certo quello di mettere in dubbio la consistenza del progetto relativo all’arte povera, sebbene 6 sedi museali configurano una sorta di “controsistema” alternativo, appunto, a quello della 'Biennale', e mi chiedo davvero se nel 2011 servirà davvero concentrare tutte queste forze sull’arte povera, che certo costituisce per il pubblico straniero l’unico aspetto conosciuto in profondità della nostra arte contemporanea.
L’impressione è che questo dispiegamento di mezzi sia una risposta al forte investimento concentrato lo scorso anno sul Futurismo.
Ci avviamo insomma a un sistema bipolare dell’arte, dove se fai una domanda a un assessore di destra che sostiene (correttissimamente) un movimento “di sinistra”, rompi le scatole a tutti, e tutti si chiedono da che parte stai, povero cretino.
Non siamo schierati, e dunque non spetta a noi auspicare o meno la conferma del Pdl e di Zanello. Per quel che ci riguarda, pensiamo che abbia operato bene in tante occasioni, meritando il nostro plauso tanto quanto l’assessore provinciale uscente alla Cultura di Milano l’anno scorso, anche se i due son di diverso "colore".
E le critiche che spesso abbiamo riservato a Massimiliano Finazzer Flory non dipendono certo dalla sua appartenenza politica. Siamo i primi, infatti, ad aver salutato eventi felicissimi come le mostre di Hopper o Monet, il Caravaggio a Palazzo Marino e il "Ciclo del Tempo" di Papetti esposto a Palazzo Reale.
Quando però qualcosa non ci piace, come nel caso delle rassegne su scapigliatura e futurismo, non ci siamo nascosti dietro un dito. Rivendichiamo il diritto alla critica e, ancor prima, quello a fare tutte le domande che vogliamo. Anche le più provinciali e cretine.
Crediamo di sapere che l’organizzazione di un grande evento chiede un ragionevole anticipo. E non siamo affezionati a quel tipo di politica che "disfa" quel che ha fatto chi ha governato in precedenza.
Ma ci troviamo in una situazione curiosa: inanellando grandi eventi uno dopo l’altro, Milano e la Lombardia si trovano a dover recepire un palinsesto di eventi ideato in un gruppo ristretto di persone, all’interno di un centro d’interesse che ha nei grandi gruppi editoriali di riferimento la propria sponda, e si misura di fatto con politici che estendono sì il patrocinio delle istituzioni che rappresentano, ma non si troveranno poi a gestire, di fatto, l’evento.
Non so come si faccia a New York. Credo però che nel paese dove la metà delle iniziative intraprese o vede un’esplosione dei costi o muore prima di vedere la luce, aspettare un paio di mesi non sarebbe stato fatale. Ma noi siamo meschini figurini dello Strapaese.
Il 'solco' segnato da idealisti cosmopoliti come Germano Celant, che rifuggono le logiche della politica e naturalmente anche quelle del mercato (guardate una volta se vi capita le aste di Telemarket, e vi farete un’idea del ciclo di vita del prodotto “arte povera”), è una cosa che ci supera.