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BRERA, LE AMBIZIONI NAPOLEONICHE DI BONDI NON SERVONO ALLA CAUSA DELLA PINACOTECA

Non ci piace lo "sfratto" dell'Accademia e siamo molto perplessi sull'opportunitą di nominare un commissario straordinario

“Brera diventerà il Louvre italiano”. Così il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha salutato la pubblicazione di un volume celebrativo del 'bicentenario della pinacoteca', pubblicato da Skira con la partecipazione del Comune di Milano.
Alla conferenza stampa di presentazione del libro hanno partecipato Sandrina Bandiera, sovrintendente e direttore della pinacoteca, il sindaco Letizia Moratti e l’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory.

E così l’evento è scivolato dal "lancio" di un libro tutto sommato trascurabile (il genere di pubblicazioni esornative che non fanno né cultura né divulgazione), all’illustrazione da parte dello stesso Bondi delle strategie volute dal governo per la “Grande Brera”. Strategie che passano dallo sfratto dell’Accademia, e dunque dalla rottura di un 'connubio' che invece era fondativo ed è sempre stato caratteristico dell’istituzione braidense. Di più, Bondi ha reso noto di aver nominato Mario Resca quale commissario straordinario per la realizzazione dell’opera e la potenziale nascita di una "Fondazione Grande Brera", che veda insieme pubblico e privato.

“Saranno coinvolti Comune, Provincia, Regione e banche" - dichiara Bondi - "che si sono già espresse in modo positivo. Ma anche imprenditori e quella borghesia illuminata che ha reso grande Milano, occupandosi soprattutto di sport e filantropia, e che ora potrà contribuire anche alla rinascita sociale e culturale”; ricordando l’esempio del Museo Egizio di Torino, affidato alla fondazione guidata da Alain Elkann.
Il consulente del ministro era peraltro presente alla conferenza: circostanza che non consideriamo casuale, e che non accogliamo certo positivamente.

Brera
non potrà mai essere come il Louvre. Quella milanese è indubbiamente una pinacoteca importante, i cui depositi però poco aggiungono all’appealing verso il grande pubblico delle sue collezioni. Brera ha già avuto, nel 2008, un boom di visitatori. Ma non vedremo mai in fila le persone come accade davanti agli Uffizi o ai Musei Vaticani, per il semplice motivo che Milano non è una città che vive di turismo e che, a fronte di Piero della Francesca e Raffaello, Mantegna e Caravaggio, la raccolta è per valore simile se non inferiore a quella di un’altra decina di pinacoteche italiane (Gallerie dell’Accademia, Galleria Barberini, Capodimonte, Galleria Borghese, Musei Capitolini, Palazzo Pitti, Pinacoteca di Bologna, Palazzo Bianco, solo per citarne alcune).

Spacciare Brera come il “Louvre Italiano” è un segno di "provincialismo", corroborato dall’atteggiamento di funzionari compiaciuti dal favore del ministro al quale dovrebbero, forse, rispondere che sarebbe meglio pensare a restaurare i dipinti esistenti, restituendoli alla qualità che posseggono al momento le opere di Raffaello, Savoldo e poche altre tele su cui si è intervenuti recentemente.

Né ci piace il richiamo alla “filantropia”: se davvero Bondi ritiene che questo Paese abbia nella cultura una delle sue risorse, dovrebbe invocare maggiori investimenti statali invece che rivolgersi indifferentemente ai privati.
Il ricorso alle risorse delle “grandi famiglie” ha orientato la formazione delle collezioni di Brera. I depositi non vengono fatti ruotare semplicemente perché non valgono i quadri ordinariamente esposti: questa è la realtà.
Nei sotterranei di Brera non c’è alcun "tesoro nascosto" e fare un museo “alla Louvre” non serve a niente. Meglio una pinacoteca "piccola" ma accogliente, con il bookshop sistemato alla fine e non all’inizio del percorso espositivo, con un direttore che non fa anche il soprintendente.

E dovremo tornare in un’altra sede sulla confusione che regna negli uffici preposti alla tutela del patrimonio artistico lombardo, con addetti che non conoscono il perimetro delle proprie mansioni e rispondono con inefficienza e approssimazione alle richieste degli studiosi, come mi è capitato di constatare 'direttamente' nella stessa giornata della presentazione del libro, schermandosi con la scusa: “Sa com’è, oggi è una giornata particolare, c’è il ministro…”, cosa che, agli occhi di “stacanovisti”, quali lo stesso Bondi crediamo si consideri, vista la sua amicizia con Renato Brunetta, potrebbe risultare addirittura come un’interruzione di pubblico ufficio (coi funzionari ad assistere chissà perché alla conferenza stampa invece che al loro posto di lavoro).

Tornando alle celebrazioni di Brera, in attesa della monografica dedicata a Carlo Crivelli, la mostra sbrigativa sul Caravaggio (la prima e la seconda "Cena in Emmaus" accostate a 2 opere giovanili, senza approfondimenti critici degni di nota) è stato a oggi l’unico evento degno di nota di questo bicentenario. Ai tanti 'entusiasti' che hanno celebrato l’avvenimento e i suoi numeri, vorremmo ricordare che in queste settimane Galleria Borghese a Roma sta ospitando, con la consueta nonchalance, un evento che vede la compresenza di più di una dozzina di Caravaggio con alcuni dei capolavori assoluti di Bacon, grazie a prestiti che vanno dal Metropolitan di New York alle principali gallerie britanniche, sino al capolavoro assoluto delle "Collezioni di Banca Intesa", quel “Martirio di Sant’Orsola” del Merisi che a Milano è transitato non certo grazie a Brera e tanto meno al Comune di Milano.
Quando Vittorio Sgarbi volle anzi realizzare a Palazzo Reale una mostra di stato sul Caravaggismo, la “Cena di Emmaus” fu negata strenuamente dalla direzione di Brera, con danno evidente per la mostra e per la città.

Almeno in quest’ambito, il clima che si respira oggi è di sincera collaborazione: di questo diamo atto sia a Sandrina Bandera che a Massimiliano Finazzer Flory. Ma è sintomatico che nella sala stessa in cui è stata effettuata la presentazione del pleonastico volume di Skira i dipinti di Montagna, Cima, Mantegna e Moroni versassero in condizioni non propriamente eccellenti, quanto a pulizia e illuminazione.
Su quest’ultimo fronte, sono anzi necessari al più presto dei lavori per porre rimedio a quello che è il difetto cronico di Brera.

Che sia poi il libro su Brera a far conoscere all’estero i meriti della pinacoteca, ci sembra ancor più curioso.
Non condividiamo in quest’ottica la strategia dei road show di cui sarà protagonista l’assessore alla cultura, che non è un ambasciatore di Milano nel mondo, né deve andare in giro a “vendere” questo o quel progetto.
Anche a Bondi vorremmo ricordare che le politiche del suo dicastero sono volte alla tutela dei Beni e allo sviluppo delle Attività, mentre la loro “profittabilità” riguarda il mercato e non la politica: smetta per una volta di parlare da liberista e agire immancabilmente da statalista per forma mentis qual è.

Quanto alla nomina di Resca a 'commissario straordinario per la Grande Brera', è lo stesso Bondi ad aver rimarcato come essa risponda al tentativo di "accelerare" le procedure ordinarie di appalto, per arrivare “in tempo” per l’Expo coi lavori ultimati.
Non torneremo qui al discorso, già fatto da altri, sulle competenze specifiche dello stesso Resca nell’ambito del settore dei 'beni culturali': ci limitiamo a dire che saremo molto attenti a verificare, esercitando il nostro diritto alla critica oltre che all’informazione, la regolarità delle procedure di appalto e dei lavori stessi, siano essi ordinari o straordinari.

E già da ora segnaliamo l’inadeguatezza della sede di via Mascheroni per la nuova Accademia. La “Grande Brera” nasce con il primo risultato di aver assegnato agli studenti una sede non confacente alle loro necessità. Questa, al lordo delle ambizioni napoleoniche, per ora è l’unica notizia.

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Autore: Andrea Dusio
15/10/2009 - 17.34.00
 
Brera, le ambizioni napoleoniche di Bondi non servono alla causa della pinacoteca
FOTO: Brera, le ambizioni napoleoniche di Bondi non servono alla causa della pinacoteca
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