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EXPO E COMUNE: ACQUISITE IL "CICLO DEL TEMPO" DI PAPETTI

Il trittico di tele circolari del pittore milanese merita di diventare un 'bene' della città

MilanoCultura ha una 'proposta' per l’Expo: l’organizzazione acquisisca il bellissimo lavoro di Alessandro Papetti intitolatoIl ciclo del tempo.

A Massimiliano Finazzer Flory va riconosciuta l’idea di aver proposto le 3 grandi tele del pittore milanese nel cortile di Palazzo Reale, a confronto con la mostra di Monet. Un confronto che tiene e si legittima proprio con il "grande calore" con cui il pubblico ha accolto questa difesa della pittura figurativa e della qualità, nelle stesse giornate in cui l’evento "Start" ribadiva per l’ennesima occasione l’impalpabilità e l’inconsistenza dell’offerta di buona parte delle gallerie cittadine, nelle quali la qualità ha sempre meno spazio, a favore del sensazionalismo e del gioco concettuale.

Ora la città faccia però uno sforzo intelligente: invece che promuovere l’ennesima mostra inutile, come quella di Forattini, si appropri di questa risposta potente allo spirito dei tempi, le dia una destinazione stabile e la conservi come uno dei "segni di quella vitalità" che ci serve per fare dell’Expo anche un’occasione autentica di scambio culturale.

Con una fiducia titanica nel suo lavoro, Alessandro Papetti si è fatto questo grande regalo: un lavoro estremamente impegnativo e complesso, nato per amore della pittura, senza committente, senza occasione. Ricco peraltro di problematiche tecniche, a partire dalla necessità di mantenere la 'curvatura' delle 3 tele, montandole su strutture metalliche, e procedendo poi a dipingerle. Radicalmente diversi l’uno dall’altro, i 3 cerchi rappresentano un saggio di quanto è possibile provare a fare oggi in termini di riflessione sul rapporto tra la figurazione e il gesto.

Papetti non "disegna" e usa pochissimi segni costruttivi.
Tutto quel che vediamo 'nasce' dall’occhio, dalla sua storia personale di artista, e dunque dalla sedimentazione di alcune immagini e soluzioni, e in ultima analisi dalla pura "pittura".

Nel 'primo ambiente', il “Bagno di notte” il dispositivo è già "a fuoco". Lo spettatore entra come in una chiocciola, ed è portato inizialmente a muovere lo sguardo lungo la superficie incurvata, come alla ricerca di un punto di fuga. Questa visione parziale si ricompone idealmente allorché il fruitore si posiziona nel centro della stanza. È allora che si accorge di essere osservato, da una serie di figure che sembrano riemergere dopo un lavacro notturno, che allude in qualche modo a una pratica rituale. La scena sembra inizialmente non avere 'fondale', ma guardando più attentamente la disposizione delle luci pare di essersi posizionati al centro di un’immane piscina, alimentata da fontane che restano in secondo piano. L’intersezione tra la pennellata orizzontale e le figure verticali dà un senso di "stagnazione silente". Qualcosa è già accaduto, e siamo arrivati troppo tardi. Lo spettatore è una sorta di "ospite non invitato", paradossalmente "fuori sincrono" e "fuori posizione" nella sua mobilità centripeta, a cui corrisponde la staticità centrifuga di questa umanità in bilico tra casualità e palingenesi.

Nel “Cerchio del vento” il 'gesto' assume la preminenza e rimodula lo 'spazio', gli dà velocità, sembra "infrangere" la resistenza stessa della materia, e costruire un mondo aereo, che nega l’organicità, ed è fatto di correnti circolari, come se la 'dimensione del tempo' fosse rappresentata visibilmente da questo formidabile "moto d’aria". La scomposizione dei colori nella luce sembra forgiare questo cielo eccezionalmente atmosferico, ma anche la terra e la vegetazione appaiono come se fossero a tutti gli effetti fatti di pittura. Senza rulli o accorgimenti tecnici, allungando la pennellata sino al limite della tenuta del gesto, Papetti nega di fatto il sistema percettivo del cerchio precedente, invitando lo spettatore a percorrere le pareti con lo sguardo schiacciato sul mutamento e sulle turbolenze del colore. La scansione immobile, le “stagnazioni plumbee”, per dirla con Dino Campana, lasciano il posto a questa dimensione vorticosa, dove vien voglia di gridare al visitatore che sta entrando nella stanza “Chiudi la porta!”. Rovesciando il senso di ciò che vede, proprio in questo essere attraversato dagli elementi, esattamente come accade alle figure dipinte, il fruitore sente la necessità di richiamarsi alle proprie sicurezze percettive, pianta i piedi ben in terra e fa ruotare la testa, come se il mondo intero fosse salito sull’otto volante. Un senso di panico, un 'bisogno' di essere soli con quello che stai guardando, di abbandonarsi senza reticenze alla finzione della pittura, oppure di saggiarne i limiti, studiando come il continuo alternarsi di 'primi piani' e 'campi lunghi' riesca a reggere non solo uno sguardo accentrato, ma anche il gioco reiterato di una perlustrazione della tela che proceda nel senso di direzione suggerito dall’apertura.

Iil “Cerchio del Bosco” arriva dopo la compressione dell’acqua e la dilatazione del vento. Il mondo, la realtà, non è né una goccia né una vastità incolmabile, possiede una sua dimensione, rassicurante perché "non umana", esperibile perché "non conosciuta", vera perché "ingannevole", come il più innocente dei giochi di luce a cui si assiste stando in una radura. Gli altri sono spariti. L’umanità è ridotta a te, che guardi quei tronchi costruiti con pennellate orizzontali, ricomponendo il "rapporto" tra materia e luce con una fiducia inesauribile nella qualità evocativa del colore, con quegli azzurri impossibili, quei viola, che però miracolosamente tengono, sono "veri", diventano il bosco come siamo abituati a vederlo, disposti a stare in un luogo che non sappiamo com’è senza averne paura. La magia, sta tutta lì, nel misurare con lo sguardo un luogo di sottrazione dal mondo, in cui il mondo, però, con tutto ciò che c’è da sapere, sembra miracolosamente inscritto.

Nella scelta di un formato eccezionalmente impegnativo, Alessandro Papetti ha trovato una misura espressiva che i suoi conoscitori più appassionati già gli conoscevano, ma che nel “Ciclo del tempo” riesce a sottrarsi definitivamente alla necessità di 'stazionare' in equilibrio instabile tra figurazione e libertà gestuale. Monet e Papetti: si tratta, in fondo, di un lento ritorno a casa, che dal ninfeo e dai ponti annegati nei rampicanti di Giverny, in quella pittura che cerca nella luce il punto di rottura dell’ordine formale, riporta ai tronchi del “Cerchio del bosco”, il cui modellato sembra sostanziarsi improvviso, come un’epifania, senza segno costruttivo, inerpicandosi sul colore.

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Autore: Andrea Dusio
23/09/2009 - 15.45.00
 
Expo e Comune: acquisite il "Ciclo del Tempo" di Papetti
FOTO: Expo e Comune: acquisite il "Ciclo del Tempo" di Papetti
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