Milano Cultura
Milano Notizie
 
 
PRIMO PIANO

NON È PIÙ TEMPO DI MOSTRE ALIMENTARI

Meno quadri e più studi critici, come devono cambiare gli eventi dedicati all'arte

In queste settimane sono imperversate le polemiche tra "addetti ai lavori" relative alla mostra che a Roma è stata dedicata a Giotto.

Commentatori italiani e stranieri l’hanno additata come un esempio di cosa non si debba fare oggi allestendo una rassegna di questo genere. Le critiche sono ruotate su 3 punti: poca chiarezza didascalica, poco senso di quel che è successo nel mondo degli studi dedicati al pittore toscano e al Trecento negli ultimi vent’anni, e soprattutto troppe opere e poche di 'qualità'.

Oggi il vero problema relativo a qualsiasi mostra che si vada ad allestire, sia essa di pittura antica o di arte contemporanea, è individuare la taglia giusta per mettere d’accordo due diverse "esigenze": botteghino e livello "adeguato" della proposta culturale.

Nel nostro Paese gli amministratori, gli assessori alla cultura e i 'curatori' sono stati letteralmente travolti negli ultimi anni da un vero e proprio "ciclone", determinato dal "successo" delle mostre allestite prima a Treviso e poi a Brescia da Marco Goldin. Con la proposta di temi di grande presa presso il pubblico più vasto, una martellante campagna pubblicitaria - con budget altissimi - e una meticolosa organizzazione di un ciclopico palinsesto di visite di gruppo, Goldin ha trasformato letteralmente l’idea di mostra d’arte che esisteva prima del suo affacciarsi sulla scena.

Chi scrive ricorda la mostra organizzata alla vigilia di questa rivoluzione copernicana a Brescia, e dedicata a un grande maestro lombardo del '400: Vincenzo Foppa. Si trattò forse di un evento "inferiore" alle aspettative degli specialisti e del pubblico in possesso di buone conoscenze di storia dell’arte e, dunque, in grado di individuare comunque in qualche maniera il "legame" tra i differenti oggetti esposti.

Eravamo all’epoca forse troppo esigenti e chi ricorda mostre semplicemente 'meravigliose' come quelle che si dedicarono in quegli anni a Palazzo Reale ad Alessandro Magnasco e Tanzio da Varallo, non può non "rimpiangere" quei tempi. La mostra di Foppa si rivelò però un flop commerciale impressionante e il sindaco della Leonessa d’Italia, volendo rilanciare l’immagine turistica di una città che si avviava a una difficile fase di parziale de-industrializzazione, decise di puntare su Goldin, allora reduce dai "grandi numeri" sviluppati a Treviso.

Qui il 'curatore' riusci mettere a frutto l’esperienza maturata con la propria società di organizzazione mostre, Linea d’Ombra, e in un paio d’anni assestò altri "terribili colpi" a chi, magari con mezzi nettamente inferiori, cercava di fare un lavoro interessante sotto il profilo scientifico, anche se non così "rispondente" in apparenza ai desideri del grande pubblico.

Quali erano le formule del successo di Goldin?

Grande 'cura' nell’allestimento, con locali spaziosi, zone di deflusso adeguate, dipinti ben illuminati e comunque in buono stato. La più recente multimedialità impiegata a supportare le informazioni di "base". Con un impianto 'didattico' e 'didascalico' soverchiante l’interesse, praticamente inesistente, per un tentativo di far progredire gli studi usando la mostra come punto in cui convergono le esperienze recenti più significative in merito a un 'autore' o a un determinato 'tema'.

Milano aveva già visto qualcosa del genere, con le mostre-monstrum di Flavio Caroli intitolate “L’anima e il volto”. Mostre che scientificamente non significavano assolutamente 'nulla' e si esaurivano in infinite carrellate di opere, più o meno interessanti. E veniamo così al terzo pilastro del successo di Goldin: la capacità di mettere assieme una grandissima quantità di opere, più di quanto l’autentico appassionato poteva sopportare. Ma il pubblico di "improvvisati" amanti dell’arte che Goldin riusciva a convocare per le sue rassegne rimaneva evidentemente suggestionato in maniera profonda da questo 'ammasso' indistinto di dipinti di buona, media e incerta 'qualità', in preda, evidentemente, a un’euforia strettamente imparentata con quel senso di sudditanza per le opere d’arte a prescindere dalla comprensione del loro senso e valore.

Il modello di Goldin ha in qualche maniera gareggiato in quegli anni con quello di Vittorio Sgarbi. In svariate occasioni ci siamo trovati, dopo aver visto un evento organizzato dal critico ferrarese, a chiederci: “Ma questa è una mostra?”. Mancando "in assoluto" quel senso di riflessione critica che dovrebbe essere il presupposto che sta alla base della volontà di allestire un avvenimento, convogliando importanti risorse pubbliche e/o private.

In uno scenario di 'crisi', sta infine prevalendo una calendarizzazione delle mostre che, a Milano come altrove, risponde in primis all’esigenza di "celebrare" un determinato anniversario, si tratti del Futurismo così come di Correggio, senza però aver nulla da dire in merito. I due paradigmi 'negativi' di questi anni, quello di Goldin (faccio mostre che incassino con grandi carrellate di opere) e di Sgarbi (faccio mostre artistiche, il cui disegno resta nella mia testa e non si pone in relazione con la necessità di studiare in qualche maniera un artista) hanno partorito una lunga sequenza di mostre senza sugo.

Ne ricordiamo alcune: Parmigianino, Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Mantegna. Tutte grandiose occasioni 'sprecate'. Di contro, eventi come quelli milanesi dedicati a Bacon e, recentemente, a Monet, ci ricordano che non è così complicato fare una 'buona' mostra.

Basta perimetrare il campo d’indagine in maniera rigorosa, restringere la proposta a non più di sessanta-settanta opere di qualità sicura, su cui avviare un lavoro "serio" di conservazione e di ricerca. Una "buona mostra" deve essere anche e soprattutto un momento di "avanzamento degli studi".

Per Milano ci auguriamo che l’autunno porti anche qualche mostra di questo tipo, e non solo nell’ambito del design, dove la Triennale sta facendo un lavoro molto 'serio'. E che le mostre “alimentari”, come le definiscono gli operatori del settore, si facciano nelle città di 'provincia' che, magari, non posseggono altri 'motivi' d’attrattiva.

Milano ha bisogno di 'qualità', non di 'specchietti per le allodole'.

GALLERIA FOTOGRAFICA

La fotogallery necessita di JavaScript e Flash Player. Scarica Flash qui .

   
Autore: Andrea Dusio
25/06/2009 - 19.31.00
 
Non è più tempo di mostre alimentari
FOTO: Non è più tempo di mostre alimentari
PRIMO PIANO
INTERVISTE
Quotidiano di notizie, eventi e personalità
Registrato presso il Tribunale di Milano con il n° 518 del 15/09/2008
Direttore Responsabile: Gianluca Grossi
Edito da Milano Web Publishing Snc  -  Web Hosting Company: Aruba SpA