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VOGLIAMO UNA BRERA "DIVERSA"

Riflessioni sul ruolo che la Pinacoteca dovrebbe esercitare nella creazione di un sistema museale diffuso

Con il gesso colossale di Napoleone esposto nelle sale della pinacoteca, unitamente agli esiti spettacolari del restauro dello Sposalizio della Vergine di Raffaello, il semestre che va in archivio dovrebbe essere salutato come il miglior abbrivio possibile per i festeggiamenti del bicentenario di Brera. Nutriamo tutti grandi aspettative per l’evento espositivo che a ottobre verrà dedicato ai Crivelli che arrivarono nei locali braidensi in seguito alle requisizioni napoleoniche nelle Marche.

Crivelli è un pittore che possiede tutte le qualità per far letteralmente innamorare il grande pubblico, a partire dai più giovani, perché il suo tratto è sorprendentemente consonante al segno dei fumettisti che attingono a uno stile in qualche modo neo-gotico. E i suoi dipinti sono un’esplosione di soluzioni formali lambiccate, estrose, per certi versi, ci passino il termine, “protobarocche”, per quel sostanziale carattere anti-classico, estenuato e decadente che caratterizza la sua produzione di veneto confinato nella provincia “arretrata” delle Marche, portando avanti una maniera di dipingere che nella città dei Dogi si era estinta da tempo.

Questo, per le note positive, o comunque di speranza. Resta però la spiacevole sensazione che la Pinacoteca di Brera continui a essere gestita in maniera avulsa dal resto della macchina comunale, e che questo impedisca alla città di avere il sistema museale che in realtà già di fatto possediamo, ma che, per mancanza di sinergie, rimane sulla carta.

Facciamo un esempio lampante, che qualcuno ricorderà: nell’autunno del 2005 a Palazzo Reale venne organizzata la mostra “Caravaggio e l’Europa”, un excursus comunque interessante sul movimento caravaggesco internazionale, che sfruttava in parte le risorse liberate dai festeggiamenti per il 3° centenario della morte di Mattia Preti, e che, grazie alle entrature di Vittorio Sgarbi, e alla capacità di manovra di un vecchio mercante d’arte, Gilberto Algranti, riuscì a portare a Milano un buon numero di opere di Caravaggio.

Alcune di queste furono date in prestito in maniera indubbiamente “leggera”, come la "Madonna dei Pellegrini" dalla Chiesa di Sant’Agostino in Roma e soprattutto il "Seppellimento di Santa Lucia", in deposito presso il Museo Bellomo di Siracusa: un dipinto così magro di pittura che ragione di opportunità ne sconsigliano del tutto il movimento dalla sede siciliana in cui è ricoverato. Ma la "Cena in Emmaus" conservata a Brera venne negata con forza, e non si riuscì in qualche modo a organizzare un prestito, anche per poche settimane.

Questo stesso atteggiamento, improntato di fatto alla mancanza di dialogo, continua a sussistere. Brera fa da sé, e la città la ignora. Abbiamo così il paradosso di 2 raccolte che distano meno di un chilometro l’una dall’altra, ma che non riescono mai a fare sistema. Le civiche collezioni del Museo del Castello sono in sé straordinarie, ma se messe in relazione con la Pinacoteca Braidense potrebbero dare a Milano una “Galleria Nazionale” in grado di competere con le più importanti istituzioni museali esistenti sul territorio nazionale. E invece Brera continua a essere gestita come se fosse il Museo Correr o l’Accademia dei Concordi.

Milano, però, non è Venezia, e tanto meno Rovigo. Soprattutto nella prospettiva di crescita della città in ottica dell’Expo, non è possibile che si continuino a trattare le singole istituzioni alla stregua di orti privati, da cui non si vede né si vuol sapere cosa fanno gli altri. Una città come Milano deve in tal senso approdare al più presto alla realizzazione de facto di un format di museo diffuso, che riesca a dar vita a iniziative espositive temporanee o permanenti in grado di catalizzare, nel rispetto del rigore scientifico, l’attenzione del pubblico di massa.

Non è ingolfando di eventi Palazzo Reale che daremo alla città quello standard di eventi espositivi in grado di fare davvero palinsesto culturale che occorre creare nei prossimi anni. E se la Triennale offre gli sbocchi necessari per dotarsi di una struttura vocata a ospitare eventi dedicati all’arte contemporanea e alla commistione col design e, perché no, la moda (considerando anche le possibili interazioni con la Rotonda della Besana), le collezioni di arte antica che vanno a comporre il patrimonio della città sono disseminate su ben 5 sedi, tra pubbliche, ecclesiastiche e private, che non riescono a definire un perimetro di azione comune: Brera, Castello, Ambrosiana, Poldi Pezzoli, Museo Diocesano.

Se a queste si aggiungono il Cenacolo, il Museo dell’Opera del Duomo, la Passione, Sant’Antonio, San Celso, San Marco, Sant’Angelo, San Maurizio e il museo archeologico, le Grazie, San Paolo Converso, San Giorgio, San Pietro in Gessate e Sant’Ambrogio, sarà facile comprendere come, al di là della soprintendenza, serva anche un “centro nevralgico”, in cui si studi come andare a creare eventi in grado di dispiegare tutto il valore culturale che questa città può offrire, e che invece giace dimenticato.

E per ragioni storiche questo ruolo non può che spettare a Brera: è da lì che deve partire quest’attivazione di percorsi sul territorio. La Pinacoteca invece continua a funzionare sempre e solo con criterio di riorganizzazione interna delle proprie collezioni, senza relazionarsi con la città: un modello che non serve in definitiva né all’Istituzione Braidense né a Milano.

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Autore: Andrea Dusio
28/05/2009 - 9.33.00
 
Vogliamo una Brera "diversa"
FOTO: Vogliamo una Brera "diversa"
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