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TORNIAMO A COMPERARE I LIBRI IN LIBRERIA

Il consiglio di una persona fidata è il miglior antidoto al facile richiamo delle fascette recanti i premi letterari

Si torna a parlare di premi letterari, e lo si fa con una polemica sempre più veemente, che vede in prima fila stavolta anche gli autori. Da Antonio Scurati a Daniele Del Giudice, sino a Sandro Veronesi, non v’è scrittore italiano di vertice che non si sia espresso sulla querelle che da un paio di mesi occupa le pagine culturali dei quotidiani, e cioè sulla forte influenza che le case editrici, o meglio i conglomerati di diverse sigle editoriali, esercitano sulle scelte delle giurie, andando di fatto a scegliere i propri “cavalli” e dunque a orientare la contesa.

In effetti, non si può non registrare il predominio di alcune case editrici nelle candidature ai singoli premi. Una constatazione che non si può aggirare, e attorno alla quale si alternano gli atteggiamenti di chi vuole che le regole del gioco cambino, chi preferisce mantenere lo status quo, chi chiede addirittura l’abolizione dei premi letterari, chi si chiama fuori, chi si autocandida. Nessuno, ci pare, ha voglia di approfondire in maniera seria quali sono le dinamiche profonde che determinano questa sorta di “protervia” dei grandi gruppi editoriali. Probabilmente perché non piace guardare alle logiche del mercato librario come si farebbe per qualsiasi altra merceologia, comprese quelle che rimandano anch’esse all’industria culturale.

La realtà è che ormai da qualche anno la distribuzione del libro ha subito un cambiamento che definiremmo “storico”. Uscendo dal canale di vendita verticale delle librerie e despecializzandosi. Prima i libri hanno iniziato a circolare sugli scaffali dei superstore del cosiddetta “Multimedia”. Che in Italia rimandano poi a tre sole insegne: Mondadori, Feltrinelli, Fnac. Qui il libro ha iniziato a perdere uno dei suoi connotati merceologici “storici”, ossia l’inattaccabilità del prezzo di copertina. Alcune insegne hanno cominciato ad erodere in maniera sempre più aggressiva questo parametro, e a farlo sin dal giorno di’uscita di un determinato titolo, col probabile obiettivo di aumentare i volumi di vendita. A ruota sono arrivate quelle superfici di vendita despecializzate a tutti gli effetti: pensiamo ai ciclopici store della Grande Distribuzione Organizzata, così come ai supermercati tradizionali: un tipo di esercizio che non aveva guardato mai con interesse al libro, e che ora invece lo utilizza come prodotto-civetta.

Non badando alla marginalità, cioè alla consistenza del guadagno, ma ad aumentare l’immagine di convenienza della propria insegna, utilizzando come prodotto-parametro per il consumatore proprio il libro. L’effetto di questa dinamica è che i libri ormai si comperano ovunque, e sempre meno in libreria. Ma l’offerta a scaffale di novità della Grande Distribuzione si concentra su pochissimi titoli. E questo si riverbera sui fatturati della case editrici, che si costruiscono ormai per grandissima parte con una-due uscite l’anno.

In quest’ottica, star fuori dal giro dei premi letterari vuol dire condannarsi a perdere quote di mercato estremamente consistenti. E spesso mettere a repentaglio la propria esistenza. Non è mistero che i numeri esorbitanti realizzati negli ultimi anni da Mondadori in ragione di due soli titoli, Gomorra di Roberto Saviano e La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, ha messo in difficoltà la concorrenza. Ed è, ci pare, inconfutabile che, attorno a determinati titoli, si generi quell’attesa palpabile che registrammo forse per la prima volta per Caos Calmo di Sandro Veronesi: un libro che non poteva sbagliare e che, infatti, in ragione anche dell’altissima qualità, fece segnare dopo l’assegnazione del Premio Strega dei numeri impressionanti.

Certo, esistono anche scrittori come Andrea Camilleri e Andrea Vitali che vendono carrettate di libri, indipendentemente dalla loro presenza nelle “cinquine” dei premi letterari. E a rimettere in discussione il valore di un riconoscimento ci si impiega cinque minuti, come avvenuto per il Grinzane.

Ma non esiste casa editrice che si astenga dal porre sui propri titoli premiati o candidati ai vari Strega, Campiello, Bancarella, le famigerate fascette: specchio per le allodole di un prodotto che più di altri sembra aver subito il tramonto della vendita assistita. Del vecchio, caro consiglio del libraio. Che una volta, bei tempi, valeva infinitamente di più di un riconoscimento pilotato dalla logica dei grandi numeri. Più che chiamarsi fuori, servirebbe allora raccomandare ai lettori di tornare a comperare i libri in libreria.

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Autore: Andrea Dusio
30/04/2009 - 14.38.00
 
Torniamo a comperare i libri in libreria
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