SULL'IMPOSSIBILITÀ DI UNA MEMORIA CONDIVISA
L'epoca delle grandi ideologie ci ha lasciato in eredità una sete di "verità" storica che spesso è più arbitraria dei ricordi individuali
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In coincidenza del 25 aprile, è d’obbligo tornare a parlare del tema della cosiddetta “memoria condivisa”. Non vogliamo entrare approfonditamente nel tema della storicizzazione dell’esperienza collettiva della Guerra Civile. Come molti sanno, in Italia si continua persino discutere su che nome dare al biennio di conflitto tra partigiani e militanti della Repubblica di Salò.
Ci vorremmo invece concentrare su alcune valutazioni di fondo, che esorbitano dal caso specifico, e tuttavia possono tornare utili a inquadrare, ci sembra, in maniera diversa quest’annoso dibattito.
La nostra idea è che non si dà “memoria condivisa” semplicemente perché i ricordi rimandano alla sfera individuale, e pensare di farne un fatto collettivo, anzi totalizzante, ci pare un’utopia che ha in sé anche un elemento inquietante. Non a caso il problema della “riscrittura della memoria” è più sentito nelle società a basso gradiente democratico.
Dunque non esiste la possibilità di alterare per decreto legge una verità storica, se essa è tale, ossia se è davvero inscritta nel Dna di un popolo, se è parte fondante della convivenza civile di una nazione, come nel caso della lotta antifascista, che coincide nel caso dell’Italia con il motore primo che ha portato alla nascita della Repubblica e della Carta Costituzionale.
Dall’altra parte, però, anche la memoria di chi era dall’altra parte è in qualche maniera indelebile. Ci sembra dunque inutile continuare ad assegnare reciproche patenti di valore, così come tornare a ribadire che la scelta fu allora per molti difficili, e in determinati casi dettata persino dalle circostanze e dalla fortuna del momento, ancor più che da convinzioni profonde.
Nei fatti umani, le cose vanno sempre così: è la differenza che intercorre tra possedere il libero arbitrio ed essere governati dalla necessità. Poter scegliere vuol dire anche poter sbagliare, fare affidamento a strumenti più strutturati dell’istinto, ma proprio perciò più soggetti all’influenza di mille fattori diversi.
A nulla serve dunque depauperare la memoria dell’altro e tanto meno la propria, in nome di vuote formulazioni che alterano la realtà. È come quando due innamorati si lasciano. Nessuno dei due racconterà mai la loro storia nella stessa maniera. Figuriamoci chi invece lo fa partendo da posizioni reciprocamente ostili.
Il rispetto della memoria altrui, l’accettazione del suo diritto a esistere, è invece il più voltairiano dei comportamenti, il più illuminato. Unitamente alla consapevolezza che anche quelle dei libri di storia sono rappresentazioni parziali e contingenti, per loro ragioni soggette a revisioni e cambiamenti, e non devono per forza raccontare una verità totalizzante, scritta con il manuale Cencelli.
Saranno in tal senso molto più veridici e autentici se rispecchieranno la verità di una parte, dicendolo esplicitamente, senza l’ambizione demagogica di voler cristallizzare per sempre una sostanza volatile come la verità: un vento che è destinato a squadernare magari per un attimo le stanze della memoria, a far sbattere qualche imposta, ma poi lascia immancabilmente gli uomini soli con qualcosa di infinitamente più prezioso: la propria capacità di ricordare.