BOSCO SODI, IL COLORE È UN LAMPO
Project B presenta la prima personale italiana dell'artista di Mexico City: sei grandi tele che sono un concentrato formidabile di energia cromatica
L’ultima mostra che Project B ospita negli spazi di via Borgonuovo, prima di spostarsi dopo l’estate in via Maroncelli, è dedicata a un artista messicano in forte ascesa, Bosco Sodi. “A momentary lapse of reason”, titolo che riecheggia un disco dei Pink Floyd, è una sorta di invito programmatico alla rimozione, che la pittura dell’artista di Mexico City induce nello spettatore in ragione di uno shock cromatico, prodotta da un’esperienza di parossistica intensità comunicativa nella vibrazione che si crea tra l’occhio che guarda e la superficie di colore.
Bosco realizza infatti grandi lavori polimaterici, usando pigmento puro, segatura, polpa di legno, fibre naturali, acqua, colla. Per lui è molto importante non esercitare un controllo sulla materia: per questo lavora con tempi molto serrati, come se si trattasse di una performance, concludendo le sue tele in un paio di giorni. Il risultato è per molti versi più vicino alla scultura che alla pittura: la materia reagisce alle azioni dell’artista producendo effetti imprevedibili. Ciascuna delle stratificazioni di cui si compone un’opera di Bosco Sodi corrisponde perciò a una liberazione d’energia, capace di lasciare sul terreno il segno indelebile della propria azione. Ho usato il termine “terreno” non a caso. Dopo il primo impatto emozionale, l’occhio cerca comunque di ricondurre la pittura a un indizio formale.
Così, le opere di Bosco non possono che ricordarci la visione di porzione di territorio dall’alto, evidenziata magari dall’applicazione di qualche potentissimo filtro cromatico, in grado di modularsi a seconda degli elementi orografici. La miriade di fessure e crepe che si aprono nelle sue tele richiama potentemente l’immagine dall’alto di un pianeta sconosciuto, con i suoi canyon, le sue fratture, i crateri, o ancora la foce di un grande fiume sudamericano, circondata da rigogliosissime foreste, come potrebbe apparire con le prime luci dell’alba su di un volo transoceanico.
Dobbiamo allora domandarci quale sia il senso della bellezza veicolata da questi teleri che sembrano mappe vive, incise nel legno da un artigiano di abilità inesorabile, e poi dilavate con colori ricavati da terre giunte chissà da dove. Quel rosso, quei blu, quei rosa certamente ci spingono ad associazioni di idee inattese, e forse potremmo parlare di arte “neoplatonica”, per come questi colori sembrino richiamare l’idea e l’essenza intangibile, e che pure da qualche parte esiste o deve essere esistita, di quella determinata cromia.
Pure, essa non è ottenuta con la precisione professionale delle palette e dei pantoni che scorrono nei cataloghi dei colorifici. Corrisponde invece alla riemersione di una forza sommersa e invisibile, che dentro quel colore forse solo sospettavamo, e che ora appare a noi e all’artista come un fenomeno incontrollabile, che ha assunto una vita propria, incarnandosi nella materia e uscendo dunque dalla dimensione di pura essenza.
Quel colore adesso è , e ci parla di un mondo dimenticato o forse semplicemente mai visto, che pure esiste, e ci sta finalmente davanti, illuminato da un lampo e da una lapsus, un cortocircuito della nostra sicurezza percettiva sufficiente a rimettere in gioco le domande e i dubbi sul rapporto tra l’occhio che produce e l’occhio che guarda, e sulla triangolazione preterintenzionale tra il gesto, il colore e la materia.