MARCO TANZI E BONIFACIO BEMBO: "ARCIGOTICISSIMO"
Lo storico dell'arte pubblica per Officina Libraria un volume prezioso sul grande pittore cremonese, principale pittore tardogotico del ducato di Milano
In attesa di una recensione vera e propria, che , per una volta, chiede tanto tempo non per l’ingombro del volume ma per la densità della materia, e le tantissime trappole che vi sono disseminate, ci sta a cuore il volume di Marco Tanzi uscito da poco per Officina Libraria, “Arcigoticissimo Bembo”. Anzitutto perché Tanzi è un autore che ha il coraggio di porre più domande che soluzioni. Qualità che spero apprezzino i suoi studenti dell’Università del Salento, perché è la dote più alta che si possa chiedere oggi a uno storico dell’arte. In particolare se il terreno è scivolo e, come ammette lo stesso Tanzi, “insidioso”.
La tentazione è infatti, di fronte alle questioni bembesche, quella di disperdersi all’interno di un terreno di ricerca molto esteso, che coinvolge non solo le figure sostanzialmente meglio definite nell’ambito della più importante famiglia di artisti cremonesi del quindicesimo secolo, ma anche le personalità meno a fuoco. E questo scartando a priori la possibilità di allargare ulteriormente il campo d’indagine al ramo bresciano della famiglia, quello rappresentato da Andrea e dal padre Giovanni.
Dietro infatti a Bonifacio, nel perimetro delle influenze del quale rientra l’impatto in Lombardia non solo di Gentile da Fabriano, ma anche di Masolino e Pisanello, c’è anche la questione delle tangenze con Ambrogio, e occorre fare i conti con la necessità di sbozzare alla meglio il profilo dell’altra intelligenza emergente dai tratti indistinti della bottega, quella di Gerolamo. L’unico che si chiama fuori è Benedetto, il cui sguardo diverge da quello dei fratelli, ed è rivolto ostentatamente a Ferrara, alla Padova di Donatello e la suggestione profonda della lezione di Rogier Van Der Weyden. Ed è sin d’ora bene appuntarsi il rebus del ciclo di affreschi di Monticelli d’Ongina. Siamo alla fine del quinto decennio del secolo e, in assenza di Bonifacio Tanzi registra che non tutto può essere farina di Ambrogio. C’è in ballo anche un nuovo artista, a cui è stato assegnato il nome provvisorio di Maestro di Monticelli, e che non disdegna del tutto il deragliamento ferrarese di Benedetto, ma lo ingloba in una maniera raffrenata e pure pronta a un innalzamento di tono rispetto allo stesso Ambrogio. “A meno di non tirare in ballo Lazzaro, il fratello bidone”, scrive l’autore, si può pensare a riconoscere in questo misterioso maestro proprio Gerolamo. Si apre allora la questione relativa alla costruzione del catalogo di questo nuovo artista.
E Tanzi prova a mettere assieme tre tavole della pinacoteca di Cremona, ma non gli sfugge che a questo punto ritorna in gioco anche la Camera d’Oro del Castello di Torrechiara. E allora bisogna distinguere ciò che spetta a Benedetto e quel che gli va tolto. Si, ma Bonifacio? Di Bonifacio ci si è già dimenticati, e siamo solo a pagina 8, inchiodati all’introduzione. E questo per dire che è difficile procedere nella lettura di un testo simile se non riga per riga, appuntando le cose da vedere o rivedere, quelle che tornano o meno, e se ha ancora un senso fare libri di storia dell’arte, ne vada atto all’autore ma anche a Paola Gallerani e Marco Jellinek, è nel farli così: per tutto il resto, compresi i cataloghi delle mostre, basta un Pdf o magari anche solo wikipedia.
Racconta Tanzi che il suo interessamento a Bonifacio Bembo deriva dallo studio di Boccaccio Boccaccino. Siamo dunque sempre a Cremona, e precisamente all’intuizione che è del Boccaccino l’inserto del manto della Madonna in una tavola al Museo Ala Ponzone (chissà cosa ne pensa Ivana Motta). È un’idea, Tanzi ce lo conceda, “bellosiana”, convalidata dal confronto con il panneggio del manto nella “Sacra Famiglia” in Sant’Agata, che è del 1508. E torna comodo citare Giovanni Agosti, quando scrive che non tutti hanno “la capacità di guardare le opere d’arte, anche le più famose, senza superfetazioni intellettuali, senza schemi storiografici precostituiti”. La scoperta produsse un libro condiviso tra Tanzi e Lia Bellingeri, in cui veniva ricostruito il contesto di quel restauro precoce, prodotto da un aggiornamento del gusto, documentato attraverso la restituzione dell’aspetto del presbiterio del Duomo allorché vi campeggiava l’ancona che ha al centro l’ancona rivisitata nel 1507. Quel testo è alla base dell’ “Arcigoticissimo”, la cui architettura è estremamente lineare.
Tanzi prende infatti in esame i due luoghi per eccellenza dell’attività di Bonifacio a Cremona, il Duomo e Sant’Agostino, misurandosi peraltro nel caso del trittico nella chiesa degli eremitani ricostruito nel 1928 da Longhi con il format della lunga scheda, che per sua stessa ammissione è mutuato da quanto messo in pratica da Jacopo Stoppa e Giovanni Agosti nel catalogo della mostra “Il Rinascimento nelle terre ticinesi”. E qua pone una questione di metodo, allorché parla della necessità di bonificare anzitutto la bibliografia all’interno di uno strumento del genere. E scrivendo senza reticenze che invece nel catalogo della Pinacoteca di Cremona uscito in più volumi a partire dal 2003 gli autori hanno scelto piuttosto la formula del piccolo saggio, senza assumersi l’onere di una schedature che procedesse innanzitutto proprio a una bonifica. Per chi, come il sottoscritto, ha provato ad attingere a quelle pagine per saperne di più sulle tavolette di Casa Meli, suonano particolarmente significative queste parole. “La superficialità, le imprecisioni, le omissioni e le inesattezze di cui sono infarcite queste schede sono state uno stimolo a riconsiderare i problemi bembeschi giocando a carte scoperte, con l’utilizzo di dati certi e limitando fughe in avanti avventurose o improvvisate”.
Perché è pur vero che la storia dell’arte libera la testa. A patto però di saper tenere a freno la fantasia. Ora che le recensioni non sono più di moda (come lamentava lo stesso Agosti all’interno dell’incontro con Alessandro Ballarin al Castello Sforzesco), forse ci possiamo limitare a rimarcare l’apprezzamento per questo rigore, in attesa che un giorno rinascano i contesti in cui poter scrivere in maniera diffusa di un libro che merita una circolazione certamente più ampia di quella a cui lo costringe l’ orizzonte culturale dei nostri tempi.