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ELITA, "WORK HARD. PARTY HARDER!"

Di scena al Franco Parenti il festival che mette assieme elettronica e nuovi suoni. Focus on Little Dragon, Connan Mockasin, Ghostpoet, Citizens! e The Brandt Bauer Frick Ensemble .

Il Salone internazionale del mobile di Milano non parla solo agli appassionati di arredamento e design. Il richiamo, forte e chiaro, arriva anche per gli appassionati di musica, che rispondono al grido del “Work hard. Party Harder” dall’Elita Festival, quest’anno giunto alla settima edizione. Cornice principale dell’evento è stato il Teatro Franco Parenti, che ha ospitato gruppi e DJ provenienti da diversi Paesi e rappresentanti di generi musicali altrettanto eterogenei.
Fra i più apprezzati, il gruppo svedese Little Dragon, alla loro prima apparizione italiana. La voce è della splendida Yukimi Nagano, metà giapponese, metà svedese, accompagnata da Erik Bodin (percussioni), Fredrik Källgren Wallin (basso) and Håkan Wirenstrand (tastiera).
Il nome del gruppo nasce dall’esperienza del gruppo in sala incisione … l’esuberanza di Yukimi spesso esplodeva, causa “ansia da prestazione” durante la registrazione, in siparietti di simpatica isteria, facendole guadagnare proprio lo pseudonimo di “piccolo drago”. All’attivo hanno tre album: “Little Dragon” (del 2007), “Machine Dreams” (del 2009) e Ritual Union”, realizzato nel 2011. Il gruppo ha una forte matrice elettronica, in cui si rinviene anche un’unione di folk, soul e pop con tracce dance e r’n’b. Tutti questi generi per riassumere le atmosfere dell’ultimo album che passano da “Ritual Union” o “Nightlight”, dance e un po’ anni ’80, a pezzi più lenti come “When I go out” o “Seconds” che ricordano tanto le atmosfere di Bjork.
Piglio incredibile, energia da vendere e voglia di interagire con il pubblico sono, benché riduttivi, le prime parole, dopo incredibile, che mi vengono in mente se penso a Connan Mockasin. Neo zelandese, si qualifica di diritto quale solista, non avendo un gruppo fisso di supporto. Vanta numerose collaborazioni, fra cui, nel 2008, quella con Norman Cook (Fatboy Slim). Attivo anche quale support di alcuni gruppi, fra cui, i “Warpaint” (2010) e i “Radiohead” nel tour in corso (in Australia e Nuova Zelanda). Ha inciso quattro album, “Naughty Holidays” (2004), “Uuu It’s Teasy” (2006), “Sneaky Sneaky Dogfriend” (2007), “Please Turn Me Into The Snat” (2010) e “Forever Dolphin Love” (2011).
Connan Mockasin colpisce non solo per la sua produzione di musica psichedelica, nella quale gli strumenti si fondono con ritmi tribali, suoni di giocattoli o voci stridule, ma anche per la sua attività di pittore, che si tocca con mano guardando i video girati per le tracce del suo ultimo album, che sembrano catapultarti nelle atmosfere di David Lynch e Tim Burton. Al Teatro Parenti ha sorpreso l’intero pubblico, chi lo conosceva, e chi lo ascoltava per la prima volta. Dopo aver eseguito alcuni pezzi in cui sembrava essere immerso nel suo personale universo, costituito unicamente dalle sue mani e dalla sua chitarra, ha instaurato primi accenni di interazione con il pubblico, poi seguiti dai suoi musicisti, che hanno iniziato a suonare in mezzo alla platea. Con le note di Michael Jackson ha creato una passerella virtuale fra il pubblico, facendo sfilare verso il palco i più coraggiosi, insieme ai quali ha concluso il concerto.
Atmosfere totalmente diverse con Obaro Ojimiwe, in arte Ghostpoet. Viene da Londra, sonorità blues ma soprattutto rap, fra le quali spiccano anche accenni di elettronica. Ricorda un artista di sobborghi, con questa voce intensa e graffiante che regala intervalli di melodie al ritmo più incalzante del rap. Il disco d'esordio è stato pubblicato lo scorso anno con il titolo "Peanut Butter Blues & Melancholy Jam". Il suo sound ha portato il pubblico ad oscillare immergendosi nelle atmosfere delle metropoli con quegli accenni di dubstep che con “Cash and carry me on” finiscono per spiazzarti e apprezzare questo stile libero e lucido di un poeta urbano cittadino del mondo.
La techno tradotta in strumenti acustici: questo il risultato dell’unione di Daniel Brandt, Jan Brauer e Paul Frick, che con l’aggiunta di altri 10 elementi da gran orchestra, diventano The Brandt Bauer Frick Ensemble. Non solo techno, però. L’orchestra, composta da violino, violoncello, trombone, tuba, arpa, piano, tre percussionisti e un Moog, uniscono jazz, classica, house, classica contemporanea, minimalismo e sperimentazione. Ma la novità non è tanto la varietà di generi musicali, quanto il loro modo di approcciarsi alla musica, ovvero l’interesse primario nel far parlare qualsiasi parte dello strumento. Il primo album “Mr. Machine” è a un album da esplorare e gustare. Ma il valore aggiunto di questa orchestra si carpisce solo ascoltandoli dal vivo. Essere trascinati dai suoni e dal ritmo incalzante, quasi inaspettato, non ha paragoni né può essere reso a parole!
Scoperti da Alex Kapranos (Franz Ferdinand) e senza ancora aver inciso un album, i Citizens! sono indubbiamente una delle nuove band indie-pop destinate a fare molta strada. Cinque ragazzi londinesi che hanno già attirato l’attenzione con due singoli: “True Romance” e “Reptile”, sicuramente inseriti nell’album “Here we are”, che verrà pubblicato a maggio. La loro musica è definibile, a detta loro come “Pop is not a dirty word. It’s a holy one”. In attesa di ascoltare il loro lavoro, il live all’Elita Festival ha sicuramente creato grandi aspettative, per un gruppo con melodie che entrano subito in circolo, eleganti e anche un po’ retrò.

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Autore: Erica Qualizza e Andrea Dusio
21/04/2012 - 19.28.00
 
Elita, "Work hard. Party harder!"
FOTO: Elita, "Work hard. Party harder!"
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