GIL SCOTT HERON, ULTIMO MESSAGGIO DA HARLEM
A un mese dalla scomparsa del poeta di "Revolution will not be televised" ripercorriamo la sua produzione, da "Small Talk at 125th & Lenox" a "I'm new here"
Poco più di un mese fa, il 27 maggio, moriva a New York Gil Scott-Heron. Aveva da poco realizzato un disco clamoroso, fortemente voluto da Richard Russell di XL Recordings. L’album, conciso e bruciante, cantato con una voce segnata dagli anni, s’intitola “I’m new here”. Se n’è parlato soprattutto per il remix integrale affidato a Jamie Smith degli XX, oggi il producer più interessante in circolazione. Più che un’operazione concepita al banco del mixer, “We’re new here” è a tutti gli effetti un disco gemello, intessuto di quella forma di dubstep in sottrazione che, partendo dai dancefloor più oscuri di Londra, sta ora colonizzando altre musiche. Sembra che Gil Scott abbia scoperto di essere malato dopo un recente viaggio all’estero. Ma è difficile ascoltare “New York is killing me” senza considerarla una sorta di testamento.
Circondata da un rispetto e da un allure di leggenda, la figura di Gil Scott-Heron è da annoverare tra le quattro-cinque figure chiave per la storia della musica afroamericana. È lui, unitamente ai Last Poets, ad essersi inventato quello spoken word che ha anticipato il rap. Ed è probabilmente in assoluto il primo poeta ad aver considerato il funk alla stregua di una base per le sue liriche consapevoli. Nel jazz qualcuno aveva già provato a fare qualcosa di simile, ma quando uscì il suo disco d’esordio, “Small Talk at 125th & Lenox”, che cita nel titolo un crocicchio di Harlem. In quel lavoro seminale è contenuto il suo poema più celebre, “Revolution will not be televised”, con quel memorabile inizio percussivo e l’apporto “invisibile” di Bob Thiele, uno dei produttori jazz più influenti, fondatore della label “Flying Dutchman Records”. A dispetto della struttura minimale di quel mantra, il disco nasce dalla collaborazione con la crema della scena jazz di New York; Charlie Saunders, Bert Jones, il leggendario Ron Carter, Hubert Laws, Brian Jackson. L’altra traccia che rimarrà negli annali è “Whitey on the moon”, che ha come bersaglio polemico la mancanza d’informazione della popolazione bianca sulle condizioni degli slum suburbani in cui erano costretti i neri.
Figlio di un ex calciatore del Celtic, Gil era cresciuto nel Tennessee (nonostante fosse nativo dell’Illinois), e aveva sperimentato lì sin da piccolo la segregazione razziale. Trasferitosi nel Bronx da adolescente, andò poi a studiare alla Lincoln University della Pennsylvania. Riuscì in quegli anni a pubblicare un romanzo, “The Vulture”, scritto nella stessa lingua veloce e urticante delle sue canzoni. Si tratta in realtà di un thriller, che narra la storia dell’assassinio di un teenager, di nome John Lee, raccontato attraverso le parole di quattro uomini che l’hanno conosciuto quando ha appena lasciato la scuola per i primi lavori. Con “Pieces of a Man” Gil abbandonerà le strutture anticonvenzionali del debutto. Sono passati solo pochi mesi, ma il suono si è in qualche modo normalizzato, come nella title track, che rientra nel canone della ballata. I dischi successivi, soprattutto “Free Will”, “Reflections” e “Winter in America” consolideranno la sua fama, anche se il vero e proprio successo commerciale sarà solo sfiorato, soprattutto con “Johannesburg” e “The Bottle”, co-firmata da Brian Jackson. È l’unica incursione nelle chart R&B, risalente nel 1974. Ma i quartieri alti della classifica non facevano per lui. Il 1979 lo vede impegnato nel’evento antinucleare “No Nukes”, al fianco della scena più politicizzata del cantautorato Wasp, da Springsteen a Jackson Browne. In quel contesto la sua performance è ricordata soprattutto per la versione di “We almost lost Detroit” che finirà anche nell’album commemorativo del concerto.
Avversario strenuo dell’amministrazione Reagan, venne lasciato senza contratto dalla Arista nel 1985. Per molti anni restò praticamente inattivo dal punto di vista discografico. Quando strinse un nuovo accordo con la TVT Records, il suo obbiettivo polemico divennero i rapper, stigmatizzati duramente in “Message to Messangers” del 1993. Gil Scott Heron si scaglia violentemente in quel brano contro la violenza di strada e la superficialità delle rime dei nuovi eroi della comunità afroamericana. È il primo in tal senso a intuire la deriva commerciale e l’autoghettizzazione dei b-boys. Dopo quella “lezione”, il suo estro sembra risentire di tanti anni di militanza. Le disavventure dello scorso decennio, che sembrano rivoltargli contro il senso dei suoi sermoni, sembrano concludersi proprio con il ritorno di “I’m new here”, rilasciato in una stagione che segna inequivocabilmente un nuovo inverno americano. Quei blues ruvidi, gonfiati dalle iniezioni di camere d’eco di Jamie Smith, resteranno invece l’ultimo messaggio da Harlem.