IL FLAUTO JAZZ DI NICOLE MITCHELL STREGA IL PUBBLICO DI MITO
Dal blues, al be-bop, fino alle sonorità africane un programma cross over con il suo Black Earth Ensemble
Finalmente grazie a MiTo 2010 anche il pubblico milanese ha potuto ascoltarla dal vivo lo scorso 14 settembre: Nicole Mitchell, jazzista donna e che fa jazz sul flauto, compositrice feconda e leader di molteplici progetti sperimentali nell’ambito della cultura afroamericana. In America è già una leggenda e può considerarsi una delle nuove eminenze grigie del jazz creativo dell’East Coast, ma vantava finora poche esibizioni in Italia, e tutte fuori dal "circuito meneghino". D’altra parte - se l’epoca dei locali che hanno fatto la storia del jazz di Milano come i rimpianti Capolinea e Tangram è purtroppo terminata - non sorprende il fatto di ascoltare l’artista in una cornice tanto insolita come il palco di un teatro di prosa, sede per molti versi estranea allo spirito più profondo del jazz, fatto di condivisione, empatia e vicinanza anche spaziale tra pubblico e musicisti.
Comunque la scelta del Manzoni non è "figlia" del caso visto che il teatro ha ormai una tradizione decennale di “Aperitivi in concerto” dedicati proprio al jazz e ai suoi protagonisti internazionali. La Mitchell si è presentata con il suo progetto più articolato e stabile a detta degli organizzatori, il Black Earth Ensemble, con uno splendido Marcus Evans alla batteria, un interessantissimo David Young alla tromba, David Boykin vero mago al sassofono tenore, Mark Mc Gruder al pianoforte e Nate Mc Bride al contrabbasso. Il tutto impreziosito dalla voce della cantante di origine nigeriana Ugochi.
Certo è però che la forte dose di sperimentalismo presente in altri complessi della jazzista di Chicago - come lo stupefacente Indigo Trio (con Harrison Bankhead al contrabbasso e Hamid Drake alla batteria) - è stata con il Black Earth molto "edulcorata", mentre si è preferito proporre pezzi dal groove accattivante e non eccessivamente free, nei quali più che sovrapporre stili si è puntato ad accostarli, mescolandoli uno dopo l’altro. Autrice di tutti i brani, la Mitchell ha aperto la serata con una composizione intitolata "Afrika rising", uno swing con momenti funky nel quale ha subito colpito l’eccezionale bravura e originalità della musicista, capace di coniugare una vena improvvisativa virtuosistica con una tecnica flautistica solida, che spazia fino agli artifici più moderni dei compositori contemporanei, fino ad inventarne addirittura di propri.
Per citarne alcuni ecco allora "tremoli" e trilli a volontà, eleganti glissandi con la destra che “spolvera” la tastiera, multifonici arricchiti dalla voce e soprattutto arpeggi a vertiginosa velocità inframmezzati da note rapidissime eseguite apparentemente a bocca aperta (!), il cui trucco sta banalmente (almeno per lei) nel cantarle. E’ seguito poi il brano "Love has no boundaries", un blues che ha visto Young cimentarsi in un curioso assolo usando per sordina una tazza, con un effetto sonoro molto anni ’30. Il successivo "The arc of the wind" è stato caratterizzato da un bel groove di piano, contrabbasso e batteria, molto ritmico e incisivo, sul quale flauto, tromba e sax hanno improvvisato l’uno dopo l’altro, dando un vero e proprio saggio di suoni timbricamente ricercati, volutamente evocativi del vento.
Dopo un altro paio di brani dal ritmo swing con brevi sezioni funky è stata la volta di "Mother Godness", di taglio nettamente differente: impasto timbrico anni ’70 e gusto che si richiama all’eredità culturale afroamericana, nelle sonorità dal gusto tribale e in un sincretismo spirituale che abbraccia il creato, tra magia, fede e mistero. Sempre sulla stessa linea è stato il brano conclusivo "Thanking the Universe", che è stato seguito da 2 bis fortemente voluti dal pubblico, numeroso e piuttosto partecipe di fronte all’esuberante simpatia della Mitchell e del suo ensemble.