COLTRANE E "CANNONBALL", GIGANTI DEL SAX A CONFRONTO
La ristampa di "Quintet in Chicago" ci restituisce una pagina legata alla stagione più importante del jazz, incastonata fra "Something Else" e "A Kind of Blue"
Mettiamo in fila i dischi che ogni appassionato di jazz deve avere. Al primo posto, c’è sicuramente “A Kind of Blue”, il disco che Miles Davis registrò nella primavera del 1959. Al suo fianco, i migliori musicisti dell’epoca, tra cui John Coltrane e Julian Adderley ai sassofoni, e naturalmente Bill Evans al piano.
Poi, un paio di dischi dell’anno precedente: “Something Else”, del già citato Julian “Cannonball” Adderley, del 1958. Si tratta di una delle ultime registrazioni in cui Miles Davis è sideman e non leader. Art Blackey è alla batteria, e il quintetto è completato da Sam Jones al basso ed Hank Jones al piano.
Facciamo un piccolo passo indietro, di un solo anno, per individuare la "terza gemma". Si tratta di “Blue Train”, di Coltrane. Nella mia testa, “Something Else” e “Blue Train” hanno sempre suonato complementari. È vero che nel primo c’è Miles, ma nel secondo figura alla tromba Lee Morgan, e il suono è arricchito da uno dei più grandi trombonisti di tutti i tempi, Curtis Fuller. Al piano è Kenny Drew, al basso Paul Chambers, alla batteria Philly Joe Jones. È un momento cruciale per lo sviluppo della storia del jazz. Chambers, Jones e Coltrane fanno parte del quintetto di Miles, creato nel 1955. Quello che firmò i quattro album seminali per l’hard bop, con la Prestigi, per poi passare alla Columbia, e licenziare il capolavoro “’Round About Midnight”. Alla fine di quelle registrazioni, il sodalizio tra Davis e Coltrane s’interruppe, per la tossicodipenza di quest’ultimo, che andò a suonare con Thelonius Monk, confrontandosi col il sax tellurico di Coleman Hawkins, in session che videro probabilmente uno di fronte all’altro i due più grandi tenoristi dell’intera storia delle note blu.
Ho provato a ricostruire quest’intricato percorso per restituire il senso epocale della ristampa di “Quintet in Chicago", l’album inciso il 3 febbraio 1959 e che ora, grazie alle classifiche stilate dai critici di "Down Beat Magazine", è stato ristampato nella collana “Poll Winners Records”, con un bonus formidabile, costituito da “Cannonball Takes Charge”, registrato due mesi e mezzo dopo, a fine aprile. In mezzo, c’è proprio l’inizio delle session di “A Kind of Blue”, che vede tutti i membri di “Quintet in Chicago” in studio con Miles.
“La musica è diventata densa. La gente mi dà dei pezzi e sono pieni d'accordi e io non li so suonare. Penso che nel jazz stia prendendo piede una tendenza ad allontanarsi dal giro convenzionale degli accordi, e una rinnovata enfasi sulle variazioni melodiche, piuttosto che armoniche. Ci saranno meno accordi ma infinite possibilità su cosa farne”: così parlava Miles in quei giorni.
Julian Adderley, detto “Cannonball” dal fratello Nat (una storpiatura del nomignolo “cannibal” dell’infanzia, che gli rimase appiccicato da adulto, assieme alla fame atavica e alla stazza corpulenta), aveva avuto anche lui il sax tenore come primo amore. Era stato un insegnante di liceo, ed avrebbe sempre mantenuto questa visione per certi versi “didattica” nel suo rapporto col pubblico, a cui amava spiegare la natura dei suoi lavori e delle composizioni che eseguiva in concerto. Sentirlo confrontarsi con Coltrane, lui al sax alto, John al tenore: le vicende del ritorno di Coltrane nella band di Miles, e dunque di fatto dell’accantonamento di Adderley, non provocarono un allontanamento tra i due sassofonisti.
“Trane aveva un suono estremamente luminoso, fluido, ed il mio alto era sempre stato influenzato dal tenore, e in qualche momento era davvero difficile dire dove finiva uno strumento e cominciava l’altro”, ricordava Adderley.
La formazione in “Quinte in Chicago” è completata da Jimmy Cobb alla batteria, Paul Chambers al basso e Winton Kelly al piano. A dispetto del fatto che titolazioni come questa si usano di solito per un disco dal vivo, si tratta di session in studio. Il punto di confronto tra i due è non solo nell’interplay, ma anche nella "scrittura". “Wabash”, la terza traccia, è l’unica firmata da Julian. È un brano da suonare in ensemble, con grande attenzione agli accenti dei due sax. Non si discosta molto dall’opening track, “Limehouse”, più frenetica, e che sostanzialmente costituisce il terreno per un serrato confronto giocato tutto sul controllo del suono.
“Grand Central”, di Coltrane, gioca invece da subito a complicare lo sviluppo, a creare percorsi di snodo differenti per i due sassofoni. Lo stesso lavoro della sezione ritmica è radicalmente diverso. Se si ascolta “Takes Charge”, è evidente che i "deragliamenti" di Coltrane sono qualcosa che in fondo non appartiene completamente alla natura musicale di Adderley. Ma Cannonball, con quella stessa "misura" e con quel rispetto che lo aveva portato ad assimilare la lezione di Bird, accetta anche ciò che doveva suonare duro al suo orecchio. Lo stesso tipo di sensibilità viene posta in gioco in “The sleeper”, che pare prendere le mosse proprio da certi spunti delle registrazioni condivise con Miles, e che però Coltrane trasforma in un vero e proprio tour de force, che prelude agli sviluppi successivi del suo suono, eminentemente anticommerciale.
Cannonball Adderley prenderà invece un’altra strada, più vicina al gusto del grande pubblico, anche se poi alle soglie degli Anni '70 sarà a sua volta attratto dall’ennesima rivoluzione operata da Miles, con la nascita di un suono intrecciato con il funk. Ma in “Quintet in Chicago” tutto è ancora mirabilmente semplice, leggibile, senza frammentazioni, senza diaspore né sofferenze.
Ancora indeciso se diventare musica esibizionitica, intellettualoide o espressionista, il jazz si specchia nella propria tradizione recente, come avviene in “Stars fell on Alabama” o “You’re a weaver of dreams”. E si resta abbagliati da tanta disarmante levità, quella che contraddistingue tutte le età dell’oro.