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BOLLANI COME BILL EVANS, LE PIETRE NELL'ACQUA DI UN MALINCONICO ANARCOIDE

Il pianista trova nella formula del trio con Jesper Bodilsen e Morten Lund un pausa ai felici tumulti delle ultime stagioni

 
 

Tra le uscite discografiche passate un po’ in sordina negli ultimi mesi, c’è “Stone in the Water”, il lavoro pubblicato dalla Ecm, firmato da Stefano Bollani, unitamente alla sezione ritmica danese composta dal bassista Jesper Bodilsen e Morten Lund. Jesper e Morten: per una strana coincidenza, i due nomi propri dei compagni d’avventura del pianista italiano portano i nomi di battesimo di due indimenticabili campioni della “Danish Dinamite”, la nazionale di calcio vichinga che tra il 1984 e il 1986 stupì il mondo con il proprio arrembante gioco totale.

Morten Olsen era il libero, elegantissimo e compassato, di quella formazione, una sorta di Franco Baresi ancora più abile tecnicamente. Jesper Olsen era invece un’ala destra, anarcoide e imprevedibile. Due modi di interpretare il football che ben si adattano alla maniera di “stare in campo” di Lund e Bodilsen in questo trio acustico.

In quella squadra, oltre ai due Olsen, giocavano anche il funambolico Michael Laudrup, ala sinistra dotata dei piedi di un numero dieci, e il centravanti di sfondamento, un incredibile contropiedista capace di segnare goal anche senza scarpe, come in una leggendaria rete con fuga da metà campo, Preben Larsen Elkjaer. E proprio le due nature del giocoliere e del cavallo pazzo compendiano in maniera ideale le due nature del più dotato tra i jazzisti italiani delle ultime generazioni.

Ma l’elemento di maggior interesse di questo trio è proprio nella capacità di saper temperare l’indole di Bollani, come forse capitava solo nel quintetto di Enrico Rava, consegnandoci delle pagine strumentali improntate da una forte musicalità e da un suono fluido, meno accidentato ed estemporaneo di altre realizzazioni recenti dell’artista milanese. Bollani, Lund e Bodilsen hanno cominciato a collaborare nel 2002, prima in maniera per così dire “occasionale”, all’interno di un quartetto guidato dal già citato Rava.

“Fu un bellissimo momento e pensammo che sarebbe stato bello continuare a suonare in trio, cosa che facemmo l’anno successivo. All’inizio andammo in tournee in Danimarca, poi nel resto della Scandinavia e poi dappertutto”, ricorda Rava. Solo ora però i tre hanno dato seguito sotto il profilo discografico a quelle premesse. “C’è fra noi un’interazione molto particolare, difficile da definire a parole. Abbiamo tutti e tre circa la stessa età (Bollani e Lund sono nati nel 1972, Bodilsen nel 1970), siamo cresciuti ascoltando gli stessi dischi, abbiamo lo stesso tipo di interessi e questo conta molto. Non ci capita mai di discutere sul modo di suonare un pezzo, cosa che , per la mia esperienza, è piuttosto insolita. Inoltre siamo ben consci che il modo in cui suoniamo i pezzi può essere, a volte, più importante dei pezzi stessi. Una cosa di cui sono assolutamente è che ogni nota da me suonata verrà ascoltata ed elaborata da Jesper e Morten. Un privilegio raro in un’epoca in cui i solisti jazz di grande talento tendono ad ascoltare quasi solo se stessi! In questo gruppo l’ascolto è un elemento centrale e ciascuno di noi è, in ogni istante, attento a ciò che gli altri suonano, concentrato sul suono nella sua totalità. Esattamente il mio ideale di gruppo jazz”, spiega Bollani.

La traccia iniziale, “Dom de iludir” è un brano di Caetano Veloso riletto con una sensibilità moto diversa dalle recenti escursioni carioca del pianista. Più che a Jobim, fa pensare al Bill Evans del Village Vanguard: un parallelo certamente favorito dalla formazione e dal tipo di interazione che si crea tra Bollani e il double bass di Bodilsen, in grado di evocare il fantasma di quelle leggendarie serate vaporose e del suono profondo di Scott Lo Faro. “Orvieto”, composizione firmata dallo stesso Bodilsen, pur attraversata da un interplay estremamente dinamico, strizza l’occhio a quell’equilibrio instabile in cui si sostanzia il suono di molte analoghe formazioni europee, a partire dal compianto Est Trio, anche se in questo caso la preminenza melodica del piano è meno accentrante.

Più riuscita è “Edith”, in cui sembra essere insufflata una cifra più nervosa e sperimentale, fatta di atmosfere e tensioni notturne, dilatate in franchi slanci di lirismo senza reticenze. Bollani a tratti sembra voler mettere il freno al proprio istinto iconoclasta, e non a caso è in “Briga nunca mais” di Jobim e Vinicius de Moraes che sembra trovare il tipo di suono che, in questo momento di “ripensamento lucido” della creatività espansa delle ultime stagioni, più gli si adatta.

Forse il brano più originale dell’album è “Il cervello del pavone”, in cui Bollani si avvicina a un pianismo più ardimentoso, mentre Lund esce dalla penombra, e dà vita a un caldo colore timbrico. “Un sasso nello stagno” è invece in qualche modo la pagina più manierata e indulgente, fatta di soluzioni già sentite. È paradossalmente proprio nei momenti in cui il trio si pone come obbiettivo mirato una struttura sonora più equilibrata che si cade nell’aneddoto e nello sketch. “Improvisation 13 en la mineur “di Francis Poulenc vede Bollani alle prese con uno degli standard “contro-impressionisti” della scuola francese: una di quelle pagine che in ambito classico hanno fatto la felicità di interpreti magistrali nella ricerca timbrica, come Aldo Ciccolini.

Trattandosi invece di jazz, quest’improvvisazione alla Satie, viene sciolta in un pianismo sdrucciolevole e lieve, sempre sul punto di dissolversi, agile a muoversi nella trama ordita dal basso, e poi capace di dissolversi in un attimo. “Asuda” è una specie di lungo, umorale, crescendo, che vive su alcune bellissime invenzioni di Lund, con Bollani che agisce sottotraccia. “Jocker in the village” è il brano conclusivo, apparentemente giocato su di un leit motiv malinconico, che viene in realtà reiterato allo scopo di creare un substrato nostalgico, su cui la sezione ritmica si arrampica con eccezionale destrezza.

 
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Autore: Andrea Dusio
02/12/2009 - 10.02.51
 
Bollani come Bill Evans, le pietre nell'acqua di un malinconico anarcoide
FOTO: Bollani come Bill Evans, le pietre nell'acqua di un malinconico anarcoide
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