STEVE SWALLOW "INCANTA" MILANO
Il bassista si č esibito in quartetto, unitamente a Carla Bley, a Steve Cardenas e Chris Cheek
La leggenda vuole che Steve Swallow fosse un "purista" assoluto del 'contrabbasso acustico', sin dai primissimi anni '60. Un giorno, però, qualcuno lo ha finalmente convinto a provare un basso elettrico. E lui, che si era fatto le ossa nelle formazioni di Paul Bley, Jim Hall e Art Farmer, e in quel momento suonava con il grande vibrafonista Gary Burton, decise di portare il nuovo strumento alle session di prova.
All’inizio, Swallow era un po’ frenato: temeva che il suo suono sovrastasse quello del leader. Fu il batterista Roy Haynes a dirgli che era "tutto ok": da quel momento la sua strada era segnata. Nel 1971 smise del tutto di suonare il contrabbasso acustico: non c’era tempo abbastanza per studiare tutt’e due gli strumenti. “Era come avere una moglie e un’amante”, ama ripetere Steve.
Il concerto che lo "Steve Swallow Quartet" ha tenuto nel corso della Maratona Jazz del MiTo è stato sicuramente l’appuntamento jazz più riuscito della manifestazione. Accompagnato da Carla Bley, insolitamente impegnata all’Hammond, che si era ripromessa di non suonare più, da Steve Cardenas alla chitarra e dal talentuoso, misurato Chris Cheek al sax tenore, Swallow ha eseguito un programma incantevole, incentrato su pagine dal sapore cameristico, deliziando la platea con il suono inconfondibile, che ottiene anche grazie all’utilizzo del plettro e all’abitudine di tenere le corde molto alte, in modo da favorire un decadimento della nota che in qualche misura ricorda quello dello strumento acustico.
Ascoltare Swallow è come entrare in una distilleria di suoni garbati, sottilmente melanconici e retro, animati da un senso della melodia che si rifà a grandi chitarristi jazz come Jim Hall, Charlie Christian, Wes Montgomery, o a sassofonisti estremamente cantabili, come Lester Young. Particolarmente interessante si è dimostrata in tal senso l’interazione con Steve Cardenas, chitarrista in possesso di un bagaglio tecnico molto simile a quello di un axeman rock, e che nell’occasione è stato chiamato a ricalibrare il suo sound tagliente sul senso irresistibile per la conduzione melodica di Steve, le cui composizioni mantengono sempre delle strutture estremamente intelligibili.
L’ascoltatore può così seguire, esattamente come avviene negli episodi cameristici della musica del Settecento, l’intero sviluppo del brano, senza grandi difficoltà, e con un ricorso assai parco all’improvvisazione.
Carla Bley, da parte sua, si è limitata a un apporto essenziale, senza avventurarsi in assoli.
L’audience ha accolto l’esibizione con straordinario calore, e alcuni tra gli addetti ai lavori non hanno esitato a definirlo il "miglior concerto jazz ascoltato nel 2009 a Milano".
Nel corso della Maratona Jazz, abbiamo seguito con grande piacere anche la "funambolica" improvvisazione a cui hanno dato luogo Antonello Salis, alla fisarmonica e al pianoforte trattato, Hamid Drake, genio delle percussioni, e Paolo Angeli, alla chitarra sarda preparata. Chi non abbia mai visto dal vivo Salis, partner storico di Paolo Fresu, nel trio completato da Ferruccio Di Castri, una sorta di vulcanico Cecil Taylor nostrano, non sa cosa si perde.
Per la metà del tempo, Salis sta letteralmente arrampicato sul piano, quasi "dentro di esso", tormentandone le corde, pizzicandole, facendo passare attraverso di esse ogni sorta di oggetto, dai giornali alla plastica, in modo da ottenere sonorità che da un lato rimandano a un infernale mondo meccanico, dall’altro si aprono a vere e proprie suggestioni visive, che ben si sposano con gli asciutti, economici inserti di lirismo che si concede quando finalmente torna a sedersi al panchetto, oppure imbraccia la fisarmonica.
La formidabile 'ricchezza lessicale' di questo terzetto, che dà luogo a una musica imprevedibile, torrentizia, fatta di tanti sketches improvvisativi, in continua febbrile trasmutazione, ha costituito un contraltare ideale dell’esibizione intimista di Steve Swallow, concedendo al pubblico milanese l’opportunità di confrontare due esiti così diversi delle musiche afroamericane che hanno connotato la seconda parte dello scorso secolo. E se il 'trio di Salis' flirta con l’anarchia creativa degli anni '70, è stata paradossalmente la compunta, stilosa formazione di Swallow a mostrare di incarnare al meglio lo spirito di questi tempi. Sino alla prossima kermesse di note blu.