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MICHELE DI TORO "INCANTA" IL BLUE NOTE

La prima prova del pianista abruzzese lo 'consacra' fra i migliori jazzisti italiani del momento

 
 

Si racconta di un ragazzo al pianoforte, di un direttore e di un'orchestra, ognuno al suo posto, pronto a fare il proprio dovere. Poi i primi accordi e il piano che inizia. Poi il direttore, che di tanto in tanto si girava a guardare il solista, come se qualcosa non andasse. Eppure tutto era così musicale. Ma quando l'orchestra e il direttore si trovarono (musicalmente) in tutt'altro luogo e il piano andava per conto suo, tutto fu chiaro. Michele Di Toro, il pianista, si comportava da "indisciplinato", non seguiva la parte, perché, semplicemente, improvvisava...

E non è una leggenda, ve lo assicuriamo ma la realtà di un talento così grande che non si può fermare, che non dà tregua, neanche di fronte ad un 'direttore' e ad un'intera orchestra. Il jazz era la sua strada, senza dubbio, ma della preparazione classica, ricca e rigorosa, gli è rimasta tutta la solidità. Questo è Michele Di Toro, un pianista classico dal "cuore jazz", o un pianista jazz dal cuore classico, come preferite, il risultato, affascinante, irripetibile, originale, non cambia.

Un risultato i cui effetti li abbiamo potuti accertare nel concerto che Di Toro ha tenuto martedì 8 settembre al Blue note. La sua prima volta al Blue note... Tempo pochi applausi, Di Toro e il pianoforte si sono "guardati", le mani sulla tastiera ed è iniziato l'incanto: un "morbido ondulare" di 2 note alternate è stato, per 5 minuti, l'orizzonte sonoro su cui nascevano arcate melodiche di grande "fascino".

La magia del primo brano ha "ricordato" senza dubbio il Keith Jarrett dei tempi del leggendario "Koln Concert": una "trappola", improvvisa, immediata, non annunciata, perché tutti precipitassero, senza alcuna intermediazione, nella dimensione onirica proposta da Di Toro: come addormentandosi di colpo e ritrovarsi, appena chiuse le palpebre in un sogno. 'Un magnifico sogno'.

Anche la mente più critica avrebbe ceduto: perché, aldilà di una tecnica stupefacente e un senso del ritmo impressionante, è il suono una delle doti migliori del pianista abruzzese: intenso, penetrante, di grande bellezza; un suono che cerca di ammaliare, di incantare, con un incedere che somiglia ad una seduzione e con un equilibrio così ben calibrato fra le due mani da ricordare i migliori pianisti del mondo classico di oggi.

I numeri che ha Di Toro lo pongono all'altezza dei migliori nuovi talenti della scena jazz, come il nostro Bollani o lo statunitense Brad Mehldau. Ma se c'è qualcosa che lo distingue e che probabilmente gli è rimasto attaccato grazie alla sua solida formazione classica, è il tripudio formale che scaturisce dalle sue improvvisazioni.

Archi tensivi studiatissimi, improvvisazioni lunghe anche più di 15 minuti, fatte di riprese, di temi che ritornano, con 'equilibri' da sonata classica; forme di Rondò prese a prestito dalla classicità, in cui lo standard jazz dava lo spunto ed ogni volta finiva per diventare qualcos'altro e poi ritornava, più breve, per continuare a diventare altro (proprio come un Rondò classico), con andamenti da rapsodia lisztiana (e una tecnica altrettanto fenomenale).

Le fonti cui Di Toro si ispira arrivano da un repertorio che guarda in 'tutte le direzioni' e 'in ogni epoca': ascoltare Bach e Mina l'uno accanto all'altra, avendo il tempo appena di capire chi e cosa si sta ascoltando, è una magia che solo il jazz conosce e che Di Toro sa fare. In un flusso sonoro in continua trasformazione un caleidoscopio di temi riaffiorava senza soluzione di continuità, come fossero tutt'uno, come una continua modulazione che ogni volta riservava una sorpresa. Un musicista che ha da insegnare a molti compositori di musica contemporanea in quanto a capacità di variare.

A chiudere il concerto il 'terzo bis' richiesto a gran voce dal pubblico: da un tema di Morricone si è finiti "catapultati" nel più famoso dei notturni di Chopin, per oltre 2 minuti. Senza che una sola nota del compositore fosse cambiata. Una "magnetica" quiete ha imprigionato le aspettative di ognuno. Chopin, con i suoi "grappoli sciolti" di note lontani dall'esattezza dell'accompagnamento, l'irregolarià ritmica dei fraseggi sospesi e lanciati in alto, hanno chiaramente fatto intendere che Chopin è stato il primo dei jazzisti della storia della musica.

Magari era un inganno, un'altra trappola. Ma una trappola fatta di jazz...

 
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Autore: giuseppe.califano@milanoweb.com
17/09/2009 - 12.21.00
 
Michele Di Toro "incanta" il Blue note
FOTO: Michele Di Toro "incanta" il Blue note
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