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"MILANOMUSICA": EMANUELE ARCIULI ALLA 'SCALA'

Intervista al pianista pugliese che debutta con un programma affascinante come la notte...

 
 

Immaginatevi una notte d’inverno.

Una notte spaesata, una notte popolata di 'spiriti', una notte insonne, una notte di silenzio.

Il buio custodisce sogni e 'creature magiche', paure 'millenarie' riaffiorano e allucinazioni' temporanee s’impossesano degli uomini. Tutto questo sa essere una notte e mille notti sono quelle che la musica ha saputo catturare. Questo il cuore pulsante, la trama sottile del programma che il pianista Emanuele Arciuli ha disegnato per il suo debutto al 'Teatro alla Scala', lunedì 2 novembre alle ore 21.00, appuntamento nell’ambito del Festival Milano Musica.

La notte che arriva, che non finisce e quella che poi svanisce, quando si intravede il disegnarsi del profilo dell’orizzonte. La notte che nasconde e rivela, quella che in Schumann faceva presagire la follia, quella che in Carter si fa fantasmagoria, che in Sciarrino diventa rumore nel silenzio.

L’attesa, dunque, è grande e l’appuntamento rivestito di grande aspettativa. La fama crescente del musicista Emanuele Arciuli lo ha preceduto. Un pianista che si è conquistato il suo spazio nel panorama 'nazionale' ed 'internazionale' con lavoro paziente e intelligente e che inizia ad imporsi per le sue qualità tecniche e per la sua sensibilità musicale e insieme per la sua idea 'moderna' e solida di interprete "dei nostri giorni".

Noi di 'MilanoCultura' abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo...

M° Arciuli, quale è stato il suo 'primo' pensiero quando le hanno proposto di suonare alla 'Scala'? Si è emozionato?

Ovviamente suonare in 'Scala' è innanzitutto una grande responsabilità e certamente è una grande soddisfazione. Comunque le emozioni cambiano, perché ovviamente quando me l’hanno detto circa 2 anni fa ero più soddisfatto che emozionato, adesso magari prevale il senso di responsabilità per la fiducia che hanno riposto nei miei confronti: è quella la cosa che più mi gratifica.

Il tema della 'notte' è il filo conduttore del suo programma. È un programma nato per la 'Scala', per "Milano Musica"?

Si, questo è un programma che è nato per "Milano Musica", anzi in questa configurazione non l’ho mai suonato da nessuna parte. L’idea della notte è anche un’idea molto inflazionata, nel senso che ci sono moltissimi programmi sulla notte, perché esiste un’ampia letteratura. L’idea era di fare un programma che fosse sulla notte, ma totalmente estraneo da quell’idea oleografica della notte. Volevo fare anche un qualcosa che somigliasse al mio modo di rapportarmi alla musica, il più vicino possibile alla mia sensibilità.

Il tema della notte le permette di confrontare la musica del passato e quella del presente, di mettere finalmente insieme compositori di ieri e di oggi.
È una strada per il futuro nella scelta dei programmi?

Il fatto che non si sia fatto spesso dipende anche da una questione molto pratica. I pianisti che prevalentemente suonano la musica contemporanea solitamente si dedicano solo a quella perché molto spesso chiede un tipo di approccio, e come lettura e come esecuzione, molto speciale. Per fare un esempio la preparazione alla musica contemporanea non fa parte del percorso accademico di un pianista classico, per cui quasi sempre, tranne in casi molto rari, succede che la musica di oggi riamanga fuori dal repertorio. Questo va benissimo naturalmente, io sono decisamente contrario a chi dovesse decidere di farlo senza convinzione. Ognuno deve fare quello che crede e penso sia meglio fare questo che non fare dell’altro magari in maniera non sincera. La conseguenza però è che tutto questo provoca negli interpreti un approccio un po’freddo, perché la musica contemporanea è vista un po’come un insieme di note messe lì un po’ per caso. Ma la musica contemporanea, questo è un luogo comune, ma è vero, può illuminare la musica del passato e la musica del passato può illuminare la musica contemporanea. Certo, da un certo punto in poi, ad un interprete è richiesta una speciale competenza: Prokofiev lo può ancora suonare un pianista che suona Chopin, ma Stockhausen richiede un training particolare, e non tutti hanno il tempo e la voglia di farlo. Però poi, quando questo sforzo si fa, si scopre che questo iato non c’è. Tra l’altro, oggi, quasi più nessuno scrive in quel modo [come Stockhausen, Nda], quasi tutti scrivono in una maniera che in fondo consentirebbe ad un pianista “classico” di approcciare la musica di oggi, come ad esempio il mio amico pianista Louis Lortie: non è certo un pianista specializzato nella 'contemporanea', ma suona gli "Studi" di Ligeti molto bene. Anche per le "Night Fantasies" di Carter, per quanto sia uno dei pezzi più mostruosamente difficili che si possano immaginare, è soltanto una questione di buona volontà.

Cosa lega questi autori, oltre alla notte?

Tra Schumann e Carter c’è un dichiarato debito di Carter nei confronti di Schumann, che si è proprio ispirato a "Kreisleriana" nello scrivere le "Night Fantasies", tanto è vero che l’accoppiata Schumann-Carter è frequentissima ed effettivamente i loro pezzi stanno molto bene insieme. Essendo poi Carter un compositore che guarda alla notte riprendendone l’aspetto fantastico, onirico, sicuramente è legato a Schumann. Per quanto riguarda Carter e Bartòk, più volte Carter ha dichiarato la sua passione per il compositore ungherese. Lo stesso Bartòk fu aiutato, quando era negli stati Uniti, da un giovanissimo Carter: Bartòk in quegli anni era praticamente lì negli Stati Uniti come rifugiato, in difficoltà e non era molto popolare; ma i suoi Quartetti sono stati fondamentali per Carter nella scrittura dei suoi. Sicuramente poi ci sono dei legami tra Bartòk e Liszt, evidentemente, ma il legame più sorprendente è quello tra Sciarrino e Bartòk. Io non me ne ero neanche accorto quando ho messo in programma questi due pezzi insieme, ho scoperto solo successivamente questa capacità di evocare i rumori della notte, e quindi un suono che non sia riconoscibile come tale. Questo, che è un elemento tipico della musica notturna di Bartòk, un elemento constante della Suite “All’aria aperta”, si ritrova in maniera straordinaria nei notturni di Sciarrino: soprattutto perché hanno questa specie di ostinato, quasi onomatopeico, esattamente alla maniera di quelli di Bartòk, nello stesso registro e con analoghe modalità, ovviamnete con una cifra personale diversa, ma comunque c’è dietro questa capacità di guardare al pianoforte sfidandone quasi il temperamento...è una cosa che mi è piaciuta molto.

La sua attività di saggista ha un’influenza sul suo approccio al pianoforte, sul suo modo di suonare?

No, non credo. Io ho sempre scritto, mi è sempre piaciuto scrivere, ma non ho mai avuto una vocazione totalmente creativa, mai d’invenzione; ho sempre un po’ interpretato altri testi, riflettendo sulla musica e sui vari compositori. Diciamo che è un’attività che mi sembra quasi inevitabile avere, nel senso che non mi sembra strano accostare all’essere un interprete lo scrivere, piuttosto è il non scrivere che mi risulta strano. Per quanto mi riguarda è una specie di attività complementare, quasi di prosecuzione naturale dell’attività musicale. Non è una cosa che imfluenzi il mio modo di suonare, che rimane sostanzialmente legato all’intuizione e all’istinto. Tra l’altro non mi definirei affatto un saggista, sono soltanto un pianista che, in quanto tale, oltre a suonare il pianoforte cerca di fare altro: ad esempio, insegno, scrivo, mi piace fare dei progetti artistici, concerti, dischi; tutte cose che credo siano declinazioni dell’essere musicista.

Lei conosce molto bene l’America. È così diverso il pubblico da quello della vecchia Europa? L’America ha davvero una marcia in più?

No, non direi. Ho un rapporto abbastanza frequente con l’America dove sono andato ormai 28 volte: nelle grandi città senz’altro, ma poi ho suonato un po’ ovunque. È stato molto bello suonare in posti strani, in piccoli centri, nelle Università, quindi posso dire di conoscerla. Conosco meno l’Europa, posso parlare molto più precisamente per l’Italia. In effetti il pubblico, negli Stati Uniti, si divide fondamentalmente in 2 categorie: c’è il pubblico delle grandi città e poi c’è il resto...il pubblico dei piccoli centri è...disarmato, anche spaesato. I giovani non conoscono la musica americana contemporanea, un po’come i nostri. Poi ci sono le grandi città e lì, naturalmente, la situazione cambia. New York, ad esempio, è una specie di enclave, un’America nell’America, lì c’è di tutto e il pubblico conosce di tutto. Ma ci sono altre splendide città negli Stati Uniti in cui ho suonato e sono davvero meravigliose: San Francisco, Philadelphia, Boston, ad esempio. Trovo che il pubblico sia entusiasta, preparato, attento. Anche una città come Chicago, dove però non sono ancora stato, credo sia meravigliosa da questo punto di vista, con la tradizione musicale che si ritrova.

Un’ultima domanda e tra l’altro una domanda da un milione di dollari. In unmomento in cui la censura culturale, in cui l’arte e lo spettacolo subiscono continui attacchi, viene da chiedersi...ma a che serve la musica?

Mi viene in mente una risposta laconica e puntuale che Pollini ha dato nella trasmissione di Fazio, in televisione [“Che tempo che fa” nda] : “Ascoltare la musica colta fa bene”. Beh...che dire...io la ascolterei anche se facesse male...voglio dire...non è che sia il motivo per ascoltarla, vorrei farlo anche se non mi facesse bene, ecco. Tra l’altro i giovani d’oggi fanno spesso cose che fanno male, quindi dire che “fa bene” può rendere la musica non attraente per i più giovani. Detto questo, beh, è vero che ascoltare la musica classica fa bene. Il cibo di cui ci nutriamo lo regoliamo bene. Voglio dire, se uno mangiasse sempre e solo patatine fritte, non lo farebbe mai: perché si ci distrugge, non se ne esce vivi, fa male! Molto meno controllabile è il cibo dello spitrito: a me sembra che negli ultimi tempi ci nutriamo esclusivamente di patatine fritte... In quest’Italia che ha perso la bussola, che non sa più leggere, non sa più ascoltare, pensare, che non ha più punti di riferimento, credo la musica sia assolutamente necessaria. Esiste un diritto di ascoltare ciò che si vuole che deve rimanere intatto, che non può essere scalfito. A me, che i numeri non siano dalla nostra parte [dalla parte della musica classica, Nda] non mi fa impressione per niente. La democrazia per me è tutela delle minoranze, non la dittatura della maggioranza. Anche perché sono le minoranze, solitamente, a fare le cose migliori, quelle buone. E dunque la democrazia tutela il diritto nostro ad ascoltare la musica che ci piace. Anche se siamo sempre meno e forse non avremo più questo diritto, forse finirà anche questo, forse ormai è troppo tardi, non si torna più indietro...

Chiudiamo con una nota di pessimismo, allora?

Insomma...magari non è vero che è troppo tardi. Certo è che la colpa è anche di noi musicisti, dei musicologi, nessuno parla, nessuno dà spiegazioni. C’è sempre un po’ questa tendenza a non parlare, a dire le cose forzatamente complicate. Ecco, questa è una cosa che potremmo e dovremmo imparare dall’America, da cui prendere esempio: da noi, in tutti i campi, in musica come in politica, sembra che si parli per non dire nulla, con questa sorta di compiacimento nel far parte di un’elite, di un mondo inaccessibile e difficile; quando in America si parla, lo si fa per farsi capire...


Si può non essere d’accordo? Insomma, siamo di fronte ad un musicista di grande intelligenza, di grande sensibilità e di grande gusto. È anche uno squisito interlocutore...
E allora non ci resta che ascoltarlo suonare...

 
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Autore: Giuseppe Califano
31/10/2009 - 18.10.00
 
"MilanoMusica": Emanuele Arciuli alla 'Scala'
FOTO: "MilanoMusica": Emanuele Arciuli alla 'Scala'
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