RICCARDO BERTONCELLI, FORMIDABILE QUELL'ANNO
Lo storico del rock ci parla dei 40 anni di Woodstock
In occasione dell'uscita dell'ottimo saggio musicale "1969 – Storia di un favoloso anno rock da Abbey Road a Woodstock", abbiamo raggiunto negli uffici milanesi della Giunti, Riccardo Bertoncelli, vale a dire il decano dei critici-rock del nostro Paese (ci perdoni in anticipo, il diretto interessato, per la pomposa definizione...) che del suddetto libro è stato curatore in prima persona assieme agli amici-colleghi (autori, tra l'altro, delle belle pagine dedicate a Beatles, Bob Dylan, Pink Floyd, Rolling Stones, CSNY, etc.) Eddy Cilia, Marco Grompi, Alfredo Marziano, Michele Murino, Alessandro Pizzin e Franco Zanetti.
Il 1969, tra l'altro, fu anche l'anno dello sterminato festival di Woodstock in quel di Bethel (piccola contea nello Stato di New York) in cui si radunarono più di 400mila spettatori dando metaforicamente la buonanotte agli ideali degli anni '60 in attesa che la tragedia di Altamont (di qualche mese più tardi) convinse anche i più scettici che si stava entrando in un gran brutto periodo storico...
Il '69, quindi, come periodo di pura transizione e reale spartiacque tra un "prima" e un "dopo" riassunto brillantemente dalle parole dello stesso Bertoncelli. Ascoltiamole.
Partiamo dal principio: cosa si prova a passare dall'altra parte della barricata?
"Intendi dire a essere intervistato? Be’, intanto non è che le interviste siano state proprio la mia specializzazione in carriera anche se è indubbio che, durante questo lavoro, ho avuto l'occasione di incontrare e dialogare con molti artisti famosi... Comunque, quando mi capita di essere approcciato da un giornalista, faccio tesoro della lezione che ho ricevuto da un certo Ivano Fossati. Uno che parla dritto, che non divaga e sa sempre come andare al sodo degli argomenti... E' una tecnica che ammiro moltissimo e cerco di fare mia."
Recentemente è uscito questo saggio della Giunti, "1969 – Storia di un favoloso anno rock da Abbey Road a Woodstock", curato personalmente da te. Il cinico di turno potrebbe a questo domandarsi: ma era proprio necessario un altro libro su quel periodo? Non è già stato detto e scritto tutto sull'argomento?
"Direi di no ma, se anche fosse, quelli sono stati anni davvero formidabili. E credo che questo saggio faccia un po' di 'giustizia storica' rispetto a molti, troppi discorsi sciupati in cui si sono ripetute sempre le stesse cose. In cui si sono fatti dei cliché o delle banalizzazioni, ecco... E poi, relativamente al festival di Woodstock, non ti credere che abbondi tutta questa prosa qui in Italia: proprio come all’epoca, quando nessuno ne parlò in diretta, fu il film, qualche anno dopo, a creare il caso..."
Eppure Woodstock ha avuto degli epigoni minori (e perfino malsani...) di quella sua prima leggendaria edizione: quali sono i giudizi di Bertoncelli sulle Woodstock del '94 e del '99? Furono anche per te occasioni sprecate di bieco e monetizzato revival?
"Mah, a dirti la verità, io ho sempre snobbato anche la Woodstock originale (sorride, Ndr)... Perché – lo ripeto – l'eco di quel festival, nel nostro Paese, è giunto solo nel 1971 quando uscì nei cinema la pellicola 'Woodstock' di Michael Wadleigh e radunò nelle sale tutti noi ascoltatori 'carbonari', sostenitori di un certo tipo di musica. Nei cinema di allora, infatti, potevi trovarci anche il tuo insospettabile vicino di casa e domandargli: 'Ma che ci fai anche tu qui?! Ma tu non ascoltavi Claudio Villa?' (ride, Ndr). Però..."
Però...
"Però, ad essere onesto, quel Woodstock cinematografico diffondeva e banalizzava in grandi dosi argomenti che uno come me, che aveva seguito con passione e attenzione gli anni prima, sapeva già a memoria. Accadde lo stesso alla generazione dopo con 'The Blues Brothers' di John Landis... Chi bazzicava un po’ di musica nera non aveva certo bisogno di quel film, datato 1980, per capire la grandezza del soul americano! O di scoprire che cosa avesse rappresentato un'etichetta epocale come la Stax! Per tornare a Woodstock, diciamo che fu un grande e colorato spot di un mondo che stava perdendo la sua innocenza e per certi versi era in declino. Sembrava un inizio, era in realtà una fine: da qui il fascino e l’ambiguità di quell’evento e un po’ di tutto il 1969, dove alfa e omega si intrecciano di continuo."
Tornando agli altri Woodstock, invece...
"Di quello del '99 non ricordo nulla di eclatante. Mentre, nel 1994, trovai simpatico lo show dei Red Hot Chili Peppers vestiti da lampadine. Una bella trovata scenica, e una musica che aveva ancora energia e pepe che presto si sono perduti..."
Tra l'altro, proprio in quel '94, moriva un certo Kurt Cobain. E si portava nella tomba l'ultima grande stagione del rock a stelle e strisce (91-93) che fu in grado di far vibrare gli appassionati con l'avvento del grunge e di un certo tipo di alternative-rock...
"Sì, quel periodo fu un bel grumo di musica eccitante, forse l’ultimo vero e importante se diamo alla parola 'rock' il corretto significato. Io però sono di un’altra generazione e il mio anno magico è stato sicuramente il 1967 perché simboleggiò la nascita della psichedelia e di un certo modo 'adulto' e prettamente 'culturale' di approcciarsi a quel rock che, fino ad allora, veniva considerata una musica per soli adolescenti. Il 1969 di cui si parla in questo libro, d'altro canto, fu un'annata strana in cui molti sogni svanirono e altre sensazioni passarono drasticamente dal grigio al nero. E questo non solo in ambito musicale, visto che fu anche l'anno dell'assassinio di Altamont durante un mega-concerto degli Stones, della strage di Bel Air e, qui da noi, la stagione terribile di Piazza Fontana..."
In Italia, invece, cosa successe di artisticamente rilevante?
"Poco visto che il beat era stanco, Battisti non era ancora esploso in hit-parade, De André non uscì con niente di nuovo (ma gettò i semi de La Buona Novella) e il Prog italiano che avrebbe tanto entusiasmato era ancora in fasce."
Cambiamo argomento: quali, tra gli artisti odierni, non si sarebbero trovati a disagio a vivere nel magico 1969?
"D'istinto ti dico Beck, uno che sarebbe andato volentieri a bottega da Frank Zappa. Oppure Thom Yorke dei Radiohead, che però non vedo come animale da palcoscenico e chissà se a Woodstock ci sarebbe andato. O Damon Albarn, un curioso senza freni che sarebbe stato bene in quell’epoca di grandi impiccioni."
Quella era anche un'epoca in cui nascevano - sulla carta delle riviste underground - i primi grandi critici del rock come il leggendario Lester Bangs negli Stati Uniti e, perdonami se t'imbarazzo, lo stesso Bertoncelli qua in Italia. Quarant'anni dopo, con tutta questa mole di informazioni erogata da Internet, pensi che la critica abbia ancora un suo scopo? O si è perso irrimediabilmente il famoso "rapporto col lettore"?
"La tua è una domanda che ricorre spesso, nel campo dell'informazione musicale. Però io non capisco perché un quesito del genere non viene mai rivolto a un esperto di Cinema, Teatro o di Classica... Perché in campo 'pop' tutto deve basarsi esclusivamente sul passaparola della Rete o dei vari blogger? Capiamoci bene: ci vorrà sempre un capocordata, uno che se ne intenda veramente, no? Anche perché se in futuro i giudizi arriveranno sempre e comunque da critici frustrati o frequentatori di forum con la smania di protagonismo, stiamo freschi! A parte poi che quella definizione, 'critico', non è che mi faccia proprio impazzire..."
In che definizione ti ritrovi, quindi?
"Preferisco la parola scrittore, nell’arco breve di un articolo e in quello più lungo di un libro. Di storico che cerca di inquadrare i fatti anche se qualche volte l’obiettività cede il posto alla passione un po’ smaniosa."
Domanda in grado di salvare da sola tutto il debito pubblico del Paese: dove finirà la musica rock tra dieci anni?
"Mmh, qui mi fai ritornare su una tesi che sostengo da almeno quindici anni... Ok, facciamo un passo indietro e guardiamo prima di tutto a cosa succedeva in passato: c'era Elvis Presley, c'erano i Beatles e tutti compravano i loro album. Poi, anni dopo, sono arrivati gli U2 e Springsteen e il 'consenso bulgaro' nei confronti dei rocker di punta è rimasto ma si è abbassato. Negli anni '70, su mille dischi che potevamo possedere io o te, stai sicuro che almeno ottocento sarebbero stati comuni. Oggi è il contrario, oggi ognuno coltiva piccole strane nicchie e comunica solo con gli appartenenti alla 'famiglia'. Cinquemila mp3 io, cinquemila tu: potrebbero essere tutti diversi. Sembra l’epoca della grande apertura e dell’eclettismo ma in fondo non è così. E’ solo confusione, e incomunicabilità."
E' quello che il povero Lester Bangs chiamava "solipsismo"?
"Esatto, Bangs ci aveva visto giusto e lungo parlando di 'solipsismo' applicato al rock. Vale a dire la ricerca esasperata e spasmodica dell'artista più figo di tutti, meglio se lo conosci solo tu . Andando avanti di questo passo, nel 2019, si arriverà al punto in cui ognuno di noi ascolterà solo se stesso e il cerchio sarà definitivamente chiuso. Stop. Fine delle trasmissioni."
Ehm.. ma nel 2019 ci sarà anche il cinquantennale di Woodstock!
"E noi sai cosa faremo? Faremo ripubblicare dalla Giunti questo saggio, tanto più prezioso perchè parlerà, profezia molto facile, di un mondo realmente perduto. Woodstock come la battaglia di Lepanto? Se accetti la provocazione, il paragone ci sta tutto..."
Avrei un ultimo paio di domande: cosa si prova a rivivere, ogni volta che Francesco Guccini va in tour, all'interno del bis de "L'Avvvelenata" (N.B.: il nome di Bertoncelli è citato, a chiare lettere e in tono provocatorio, in questo classico del cantautore emiliano)?
"Ah, quello è un incubo che tutti periodicamente mi ricordano (ride, Ndr) ! Diciamo che ho imparato a conviverci e mi ricorda un tempo in cui ero ancora più schietto e cattivo nello scrivere recensioni. Un buffo incidente di percorso che mi tengo stretto; anche se, accidenti, nella vita ho fatto molto di meglio!"
Siamo davvero in conclusione: la canzone più bella del mondo? L'hanno già scritta per caso? "Onestamente non lo so. Dico la prima che mi viene in mente, un omaggio ai miei 15 anni: 'Ballad Of A Thin Man' di Bob Dylan. Ma è solo una tra le tante."
La conversazione con Bertoncelli termina qui. Meditate, amanti del rock, meditate... E magari fate un salto in libreria e concedetevi un bel paio d'ore con la lettura appagante di questo "1969".
La foto di Riccardo Bertoncelli è di Jarno Iotti.
La scheda del saggio "1969" pubblicato dalla Giunti.
Chi è Riccardo Bertoncelli.
La cronostoria (artista per artista) del Festival di Woodstock.
Un ricordo di Lester Bangs.