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KING KRULE, MEGLIO CHE STACCARSI UN DENTE

L'Ep di debutto di Archy Marshall, diciassettenne britannico, ricorda gli esordi di The The per la 4AD o le ballate di Billy Bragg. Il suo stile, che compendia poesia di strada, accordi di chitarra jazzati e scarne basi hip hop, suona straordinariamente attuale

 
 

Mentre in Italia si celebra come una rivelazione Dente, che ha inciso il primo lavoro a trent’anni ed è ora sul trampolino di lancio per il successo (ma intanto gli anni sono diventati trentacinque), da Uk arriva il prodotto più sorprendente della stagione discografica che si va a concludere. Si tratta delle incisioni di King Krule, un moniker dietro a cui si nasconde Archy Marshall, classe 1994, che aveva registrato le prime tracce nel 2010, quella volta con il nome Zoo Kid-Studente della Brit School, rosso di capelli, Archy ha iniziato a incidere le proprie canzoni nella sua camera, insieme a due amici, Francis North e Thelonius Mc Cabe. Tra le sue influenze cita la Penguin Cafè Orchestra, Fela Kuti, e Gene Vincent. Nulla che abbia in realtà a che fare con la musica che propone.
In realtà il suo stile sembra più vicino a un’altra grande promessa della musica britannica, gli XX: una rivisitazione dei generi frequentati dalle avanguardie degli Anni Ottanta, alla luce di un’attenzione più pronunciata per i ritmi e il groove. Più che a Morrisey e a Edwyn Collins, a cui è stato accostato, ci ricorda i lavori di esordio di Matt Johnson, alias The The, e in particolare la prima versione di “Burning Blue Soul”, quella incisa per la 4AD nel 1981 (quando Matt non aveva ancora vent’anni, ed era comunque già attivo musicalmente dal 1977). Rolling Stone ha scritto di lui: If you've ever slowly blinked back to consciousness in a dentist's chair, unable to distinguish dream from fact, you already know what King Krule sounds like”. Non sappiamo se il paragone con un’anestesia dal dentista sia azzeccato. Di certo c’è molta poetry di strada e periferia nei suoi versi, che parlano di “spastic gyrations” , forse alludendo alla maniera di suonare la batteria. La chitarra messa sotto traccia, ma suonata meravigliosamente, con accordi jazzati, il timbro vocale che certo non farebbe pensare a un adolescente allampanato, quanto piuttosto a uno strano incrocio tra Ian Dury e Joe Strummer, il beat evanescente attorno a cui costruisce il suo hip hop sensibile all’immediatezza della melodia, gli echi improbabili di Chet Baker, la disillusione generazionale che ha sostituito gli slogan antagonisti di Billy Bragg-forse il termine di confronto più stringente, al di là della differente texture delle canzoni, fanno di King Krule qualcosa di più di un debuttante di talento.
La speranza è che sappia centellinare le sue prove future, senza incappare nei passi falsi della next big thing del 2010, James Blake, oggettivamente troppo esposto dalla pubblicazione continua di Ep che avrebbero dovuto rimanere nel cassetto. La distribuzione digitale incoraggia forse a condividere anche gli abbozzi e gli sketches sonori con il pubblico, ma di fatto quel che piace nell’EP di King Krule è la crescita dalla prima traccia (poco più di una serie di accordi effettati alla Durutti Column, su cui rimonta il suono di una vecchia 808 della Roland, e una coda affidata a un basso alla Roni Size) a “Bleak Blake”, spettrale ondeggiamento da nipotino di Tricky, sino alla compiutezza di canzoni come “Portrait in black & blue” e “The noose of Jah City”-il classico narcolettico del lotto- intervellate da “Leed Existence” (percorsa da una punteggiatura dubstep).

 
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Autore: Andrea Dusio
29/12/2011 - 12.44.00
 
King Krule, meglio che staccarsi un Dente
FOTO: King Krule, meglio che staccarsi un Dente
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