JAMES BLAKE, DAL DUBSTEP AL GOSPEL
Il musicista di Deptford pubblica il suo primo album, nel segno di una formula sonora più accessibile dei suoi Ep di debutto
È arrivato all’album solista con un carico di aspettative che sembrava condannarlo a produrre un capolavoro. E James Blake ha di certo spiazzato tutti, scontentando forse chi in lui vedeva soprattutto lo sperimentatore, capace di far collassare l’elettronica sui sintagmi melodici individuati dal suo piano, e poi però di riprocessare quelle frasi minimali sino a renderle altro da sé, linguaggi meccanici appartenenti a una sensibilità aliena. “Air & Lack Thereof”, “Cmyk”, “Kavierwerke” e “The Bell Sketch” erano in qualche modo lavori più chiusi e referenziali: rimandavano al dubstep e parlavano soprattutto a chi conosceva i lavori di Burial e della Hyperdub. C’erano certamente tangenze con quanto stava facendo, sul piano di un nuovo processo di sintesi del soul, Jamie Lidell. Ma James Blake restava uno sperimentatore radicale. Ascoltarne invece ora i primi numeri di un insospettabile songbook, che si presenta da subito con i connotati di classicità istantanea di Antony, può far sospettare di essersi persi un qualche passaggio intermedio. Natura non facit saltus, è vero, ma in qualche modo Blake sembra contraddire le leggi della progressione e della gradualità. E qualcuno di certo ritiene che con le sue nuove musiche James abbia infilato, per qualche oscuro tragitto, un percorso regressivo o comunque di normalizzazione.
Come sempre, dipende tutto dal punto di partenza. Chi lo ascolta per la prima volta penserà di trovarsi di fronte a un musicista che combina con straordinaria abilità la spinta sotterranea e subliminale dei rullanti sul terzo quarto e una forma di gospel in cui bruniture e bruciature tornino a incombere dopo ogni squarcio di luce. Chi invece viene dalla conoscenza di quello strano mix Berghain & Beethoven che era “Klavierwerke” potrà forse pensare che Blake abbia optato per una formula più accessibile, capace di rientrare nei canoni tradizionali della canzone. E in effetti è proprio in quest’occasione che possiamo considerare per la prima volta i suoi lavori in chiave di qualità di songwriting (anche se le frasi melodiche, magari disfunzionali, nella sua musica ci sono sempre state). Oggi l’immagine pubblica di James coincide con la cover di “Limit to your love” (o meglio dire del suo refrain): l’osso di seppia del brano di Feist, che sintetizza alla perfezione la triangolazione voce-piano-bassi su cui poggia questa precoce decantazione del dubstep. Al contrario dei capiscuola dell’elettronica della generazione precedente (pensiamo a Richard D. James), James Blake è un musicista in possesso di studi classici (al Goldsmiths di Londra), che solo recentemente e in maniera casuale si è interessato di elettronica, frequentando le serate grime e il dubstep di produttori e dj come Loefah, Coki, Digital Mystikz nelle serate Forward e poi sulle frequenze radio di Rinse FM. Tutt’altro che un approccio intellettuale, dunque: in quel momento, circa quattro anni fa, il dubstep era ancora una musica esclusivamente da dancehall suburbani, molto distante dalle visioni futuriste di Burial. E James continua, per sua stessa ammissione, a guardare anche alle commistioni col garage (tipo Blawan) e col mainstream (Joy Orbison), oltre che alla sperimentazione pura alla Flying Lotus. Sono queste le tangenze e le suggestioni che l’hanno aiutato a precipitare le proprie esperienze recenti in carmi tremanti e provvisori, che all’apparente perfezione formale combinano una liricità episodica, come se fossero degli Haiku, perfetti e però eccezionalmente fragili. E nell'anno in cui i Radiohead rilasciano un album che pare chiuso in una crisalide, come se si trattasse di una foto in movimento più che di un lavoro compiuto, James Blake gioca invece a farci pensare che il suo debutto sia il raggiungimento occasionale di un punto di equilibrio instabile, anche quando tutto appare perfettamente a fuoco.