YEFIM BRONFMAN, QUANDO LO FORMA-SONATA DIVENTA UN TOUR DE FORCE
Il pianista di origine russe ha portato alla Società del Quartetto un programma focalizzato su pagine di Brahms, Liszt e Prokofiev
Yefim Bronfman è un pianista russo, cresciuto però in Israele. È conosciuto soprattutto per le sue collaborazioni con alcune tra le più note formazioni cameristiche, tra cui il Quartetto Emerson, e per aver diviso il palco con grandissimi solisti quali Yo-Yo Ma, Joshua Bell, Shlomo Mintz. Ha ottenuto il Grammy per l’incisione dei tre concerti di Bartok, e ama frequentare anche il repertorio contemporaneo, come dimostra la recente registrazione del concerto scritto dal maestro finlandese Esa-Pekka Salonen. Alla Carnegie Hall ha dato luogo a un ciclo di recital a tema, intitolato “Perspectives”, il cui intento ci sembra ricorrere anche nel concerto ospitato dalla “Società del Quartetto”. Il programma infatti solo apparentemente oscillava tra Brahms, Liszt e Prokofiev. In realtà ci sembra che un filo conduttore possa essere rintracciato in un’idea di pianismo in qualche modo debordante. La Sonata per pianoforte in fa minore n.3 op.5 è una delle pagine giovanili più importanti di Brahms. Pubblicata nel 1854, corrisponde a un momento di forte cambiamento nella vita del compositore di Amburgo. Sino all’anno precedente, Brahms sembrava sostanzialmente destinato a una carriera di virtuoso. Se è vero che Johannes amava infatti offrire una ricostruzione romanzata dei propri esordi, raccontando di aver suonato in locali malfamati del porto anseatico, la realtà non doveva essere del tutto diversa. Nessuno avrebbe mai pensato al giovane Brahms come a un compositore: il training a cui l’aveva sottoposto Eduard Marxsen, considerato allora il miglior musicista di Amburgo, era finalizzato a una carriera da virtuoso: variazioni brillanti, pout-pourri e rielaborazioni di temi d’opera, Bach e i grandi classici, ma nessun’apertura a Schumann, Chopin e Liszt. Partito da Amburgo in compagnia di un musicista ungherese, il violista Eduard Remenji, con cui avrebbe formato un duo itinerante, Brahms conobbe presto un altro virtuoso magiaro, Joseph Joachim, che gli consigliò di fare visita a Schumann a Dusseldorf. Un articolo scritto poco dopo il loro incontro dallo stesso Schumann, intitolato “Vie Nuove” significò per Brahms la prima consacrazione. La sonata n.3 è un po’ un compendio di temi eroici e titanici che intendono alludere alle difficoltà affrontate in questo primo periodo, e reca nel manoscritto un riferimento a E.T.A. Hoffmann, che allora Johannes considerava quasi un’incarnazione dei valori romantici.
Allo stesso modo, gli “Etudes d’execution trascendente” di Liszt, di cui il più noto è certamente "Mazeppa", costituiscono un tour de force che va a esplorare tutte le possibilità del grande esecutore, e appartengono al momento di massimo lustro della carriera concertistica del musicista d’origine ungherese, anche se vennero fissati in forma definitiva solo successivamente. Listz è forse il compositore che più ha lavorato intorno al format stesso di recital,creando delle musiche finalizzate a suscitare un certo impatto sul pubblico. Non siamo lontani dal vero se affermiamo che la vita del grande pianista prevedeva allora anche estenuanti tournee, in cui spesso ci si trovava a viaggiare per intere giornate in carrozza, per poi finire a suonare davanti a platee non sempre preparate, con pianoforti spesso in condizioni imbarazzanti. Quel tipo di pubblico necessitava di un programma adeguato, che di certo non poteva includere pagine introspettive. Lasciate le cupe meditazioni in favore di un modus compositivo più brillante ed estroverso, Liszt condensò proprio negli “Etudes d’execution trascendente” la propria tellurica effervescenza, che doveva farne una sorta di Paganini del pianoforte.
L’Ottava Sonata di Prokofiev è torrenziale quanto Brahms e perigliosa quanto Liszt. Completata nel 1944, fu suonata per la prima volta dal vivo da Emil Gilels, ma forse le parole migliori per descriverla sono quelle dell’altro allievo di Neuhaus, Sviatoslav Richter (che era stato invece il primo esecutore in pubblico della Settima Sonata): “Di tutte le sonate di Prokofiev, è la più ricca. Possiede una vita interiore straordinariamente complessa, profonda e contrastata. In certi momenti sembra s’intorpidisca, come se si abbandonasse al cammino inesorabile del tempo. In alcuni punti è di difficile approccio, ma ciò è dovuto alla sua ricchezza, come un albero appesantito dai suoi frutti”. È anche la composizione che fu salutata apparentemente con maggior benevolenza dal regime comunista: valse infatti all’autore, unitamente alla Quinta Sinfonia, il Premio Stalin, nel 1946. Solo due anni dopo Prokofiev cadde in disgrazia. La sua musica venne condannata perché "peccava di intellettualismo e di perversioni formalistiche, era complicata ed astratta, avulsa dalla realtà e contenente gravi errori formalistici e naturalistici". Il compositore fu costretto a ritirarsi progressivamente dalle scene. Sarebbe morto di emorragia cerebrale il 5 marzo 1953. Lo stesso giorno, 50 minuti dopo, spirò Stalin. La notizia della morte di Prokofiev, che rischiava di distogliere l’attenzione del popolo russo da quella del dittatore, fu nascosta per una settimana, e ai suoi funerali parteciparono solo quaranta persone. L’Ottava Sonata però nasce in un clima quasi idilliaco-anche con il regime. Fu scritta in buona parte a Ivanovo, dove erano sfollati gli artisti più rappresentativi, protetti dal governo. Per certi versi si tratta anzi della pagina più pacificata e serena di Prokofiev. Qui il titanismo è per lo più declinato nell’ampiezza della struttura: e dire che in partenza la composizione doveva essere solo una parte di una Sonata-monstre in dodici movimenti. Tra i bis scelti dal brillantissimo Bronfman, una trascrizione di Paganini e Chopin, in una breve pagina che rappresenta un punto di tangenza rimarchevole con Liszt.