DUE PRIME ASSOLUTE PER KOINÉ 2011
Al Teatro Dal Verme la stagione di musica contemporanea dei Pomeriggi Musicali
“Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero, per fare l’albero ci vuole il seme…” e così via…la canzone-filastrocca è nota a tutti, e sarebbe superfluo rispolverarla più di tanto...è da una canzoncina come questa che inizia la nostra conoscenza più o meno diretta di cosa è coerente e cosa no, di cosa sia “dedurre”, cosa consequenziale, e iniziamo ad apprendere, seppur in una forma blanda, concetti complessi come quelli di “buona continuità” o di coerenza. Tutti concetti su cui chi fa arte riflette, per una vita intera. Concetti con cui si lotta o si fa pace a seconda delle occasioni, con cui ci si rapporta ogni volta che si ha una pagina bianca davanti: perché sono le leggi della comunicazione e sono i meccanismi con cui riceviamo e cataloghiamo le informazioni (leggi di percezione che riguardano ogni linguaggio e, dunque, anche la musica. E sono leggi che, chi fa arte, deve senz’altro rispettare, ma deve, a nostro modesto parere, anche imparare a trasgredire. La musica del nostro tempo è, per ragioni fondamentalmente storiche, legata a doppio filo con un concetto complesso come quello di coerenza, una nozione così importante da diventare “strutturale” per la musica d'oggi, un aspetto che investe e permea tutti i campi della speculazione intellettuale che sta dietro la creazione di un brano musicale: questo rapporto così profondo è a tutti gli effetti un'arma a doppio taglio che spesso produce un fraintendimento e la musica può diventarne in qualche modo “vittima” di sé stessa e dei pensieri di cui si nutre...E dunque capita che un concetto complesso come quello di coerenza scivoli in quelli più banali di consequenzialità, e buona continuazione: in una logica da filastrocca, per intenderci...
Una riprova il sottoscritto l’ha avuta nell’ascoltare la nuova composizione di Gabriele Manca, un compositore da noi stimato, di cui abbiamo avuto prove di grande valore (come con i brani per chitarra scritti per Elena Casoli). Il suo concerto per pianoforte e ensemble, con titolo “Dialoghi con la terra”, in programma nella stagione musicale Koiné 2011 al Teatro dal Verme lo scorso 29 aprile, è stato, come lo stesso compositore ha indicato nella chiacchierata prima dell'inizio del concerto, un viaggio verso una meta precisa: tutto l'arco formale del brano rispondeva ad un crescendo continuo che esplodeva nel finale. Certo partire senza una meta non capita spesso e non è sempre piacevole: ma quando si tratta di un brano di musica forse sapere con eccessiva precisione dove si è diretti non è neppure un gran pregio. Il crescendo con cui Manca ha costruito il suo brano, mai interrotto, mai “ingannato”, mai disatteso, si è diretto prevedibilmente ed inesorabilmente verso dinamiche decisamente intense, che coinvolgevano (coerentemente) pianoforte e ensemble. E coerentemente (appunto) al progetto, l'uso del pianoforte è rimasto identico a sé stesso: il gesto iniziale del solista non è mai stato messo in discussione, ogni sua deformazione era nell'unica direzione indicata dalla dinamica, e l'intero discorso musicale è rimasto imprigionato in una coerenza ferrea con un retrogusto da “filastrocca”...
E fra tanta coerenza un paradosso: l’introvabile coerenza fra l’opera ascoltata e il suo titolo: di dialogo fra pianoforte e orchestra ce n'è stato fin troppo poco. Ma forse noi stessi cadiamo nella trappola di ricercare a tutti i costi una connessione coerente fra titolo e opera, ma aldilà di tali relazioni, il mancato dialogo ci è sembrato uno dei “difetti” del brano: una incapacità di creare relazioni e reazioni sonore, tra le molteplici che poteva suggerire la scelta di un organico particolare, con soli fiati, violoncello e contrabbasso. Una incapacità frutto di un'eccessiva aderenza ad un progetto compositivo formalmente impeccabile ma mai trasgredito e non di mancate abilità di un compositore che, come detto, ha secondo noi tutte le carte in regola per scrivere musica di altissimo livello. Ed infatti non sono certo mancati, a conferma del talento di Manca, momenti ed episodi di vera tensione, sprazzi di controllata irrazionalità, però fagocitati da un'arcata formale mai disattesa che divorava sul nascere ogni buona intenzione di disertare e ribellarsi al sentiero tracciato sin dalle prime battute.
Assoluto protagonista, per bravura e carisma, il solista, Alfonso Alberti, protagonista di una calorosissima accoglienza da parte di un pubblico (quello della contemporanea) che raramente si lascia andare a sentimenti quali l'entusiasmo: ma di questo si è trattato, e Alberti è stato meritatamente chiamato e richiamato più volte sul palcoscenico dopo una prova interpretativa di altissimo livello, tecnico ed emotivo. La sua partecipazione all'esecuzione aveva infatti qualcosa di più della semplice interpretazione, aveva a che fare con la “forma”, con l'architettura, con il senso complessivo del brano. Il suo modo di lavorare sulle partiture che gli vengono proposte denota una intelligenza interpretativa cui evidentemente contribuisce la sua formazione di musicologo; ma il rigore profondo di cui si nutre il suo modo di approcciare la musica dei nostri giorni non si riduce ad una analitica sterilità: a noi sembra che abbia a che vedere con quel rigore che è proprio della poesia, capace di giungere, attraverso gli equilibri di pesi e contrappesi, di accenti e singole parole, ad una partecipazione insieme emotiva ed intellettuale: e così la sua “lettura” del “crescendo” generale del brano è diventato qualcosa di “fisico”, che ha coinvolto ogni tratto della sua gestualità, a tratti anche teatrale, capace di trasformarsi con il passare del tempo: la sua partecipazione all'arcata formale del brano è stata totale e intensa. E il pubblico ha apprezzato queste rare qualità che rendono Alfonso Alberti un interprete ideale della musica dei nostri giorni.
Piacevole e molto apprezzato dal pubblico il brano di Ruggero Laganà, “Afrodite”, con la voce della giovanissima e bravissima Giulia Peri: brano decisamente più “morbido” nelle sue sonorità rispetto al precedente di Manca, con un'eufonia diffusa, capace di rendersi accattivante e a tratti ammaliante, con un'orchestrazione di grande efficacia. Un'eufonia che spesso si trasformava in un ponte verso la tonalità: la musica si dirigeva verso cadenze e armonie volutamente rese riconoscibili, e poi se ne allontanava in un gioco di rimandi spesso troppo evidente. A mancare, forse, a questo brano di ottima fattura, un gioco di osmosi fra consonanze e dissonanze più sottile e affascinante, una mancata poesia nel rapporto così misterioso tra il passato ed il presente: la musica di Lagana' aveva una doppia anima, ma di entrambe potevamo vedere il volto, senza chiaroscuri, senza il fascino ambiguo di legami sotterranei e nascosti fra i 2 mondi sonori messi in gioco dal compositore.
Fra i 2 brani una per nulla memorabile esecuzione di Ramifications di Ligeti, brano di grande difficoltà che ha messo in evidenza come questo repertorio non sia ancora nelle “corde” dell'Orchestra dei Pomeriggi Musicali che ci sembra, però, seriamente impegnata nel progetto ambizioso di Koiné, una stagione di musica contemporanea che punta a diventare un riferimento tra i più importanti per la realtà musicale milanese.