YURI BASHMET CON I SUOI "SOLISTI"
Il grande violista all'Accademia delle Opere e preferisce la bacchetta all'archetto
Davvero interessante quest’anno la 'stagione' dell’Accademia delle Opere, che - in collaborazione con le "Serate Musicali" – presenta un cartellone ricco di appuntamenti con artisti di altissima caratura.
Peccato solo che – come spesso succede – la bravura e la fama di questi è direttamente proporzionale al loro ego: è quanto si è potuto constatare, ahimè, nel concerto dello scorso 8 febbraio, che vedeva sul palco della 'Sala Verdi' il grandissimo Yuri Bashmet, accompagnato dai 'Solisti di Mosca'.
Indiscusso genio della viola, Bashmet ha il grande merito di avere finalmente nobilitato questo strumento, considerato spesso il "ripiego" dei violinisti meno dotati e relegato alle sole file d’orchestra.
Dalla sonorità intensa e pastosa, a metà strada tra i colori argentei del violino e quelli bronzei del violoncello, la viola ha sempre sofferto infatti di scarsa “personalità” rispetto agli altri archi; Bashmet nella sua carriera l’ha invece portata sui palcoscenici di tutto il mondo facendone conoscere repertorio e potenzialità timbriche.
Dunque l’aspettativa era altissima, tanto più che Bashmet si presentava anche nelle vesti di violinista, cimentandosi (almeno sulla carta) con il celebre "Concerto in re minore per due violini" di J. S. Bach, assieme a Stepan Yakovich, spalla dei 'Solisti di Mosca'.
Peccato che Bashmet non si sia proprio salito sul palco per Bach - nemmeno in veste di direttore - lasciando la scena a Yakovich e al compagno di leggio che lo ha sostituito (all’ultimo momento?); tutto ciò senza che fosse data al pubblico alcuna spiegazione.
Bashmet è entrato in sala per il pezzo successivo, l’interessante e suggestivo "Concerto in Stile Romantico" di M. Tariverdiev. Indubbia la classe dell’artista, che ha saputo valorizzare con il suo inconfondibile suono e la sua dilagante musicalità il lirismo del pezzo, dal pathos romantico calato in una veste armonica moderna, di chiara derivazione novecentesca.
Ha chiuso la prima parte il "Terzo Concerto Brandeburghese" di J. S. Bach, con Bashmet sul podio, a dirigere i 'Solisti di Mosca', formazione da lui stesso fondata negli anni ‘80. Decisamente “alla russa” la lettura della splendida pagina bachiana, ma comunque anacronistica nei vibrati esasperati e nei fraseggi "alla Karajan".
Dopo l’intervallo ecco un’altra sorpresa: al posto del bel "Konzertstück" di G. Enescu, Bashmet ha proposto il "Triplo Concerto" di A. Schnittke, che il compositore ha dedicato a lui, Gidon Kremer e Mstislav Rostropovich.
Sicuramente un pezzo originale, strutturato in 3 momenti, 3 cadenze degli strumenti solisti che poi si trasformano in un dialogo ciascuno con la propria sezione, per concludere con un finale corale.
Peccato che - così facendo - Bashmet ha sostituito un pezzo da solista con una cadenza, riducendo la sua esibizione come strumentista da 3 pezzi a 1 e mezzo, con grande delusione per chi lo avrebbe gradito di più alle prese con l’archetto.
Ha chiuso la serata il "Divertimento per archi" di B. Bartok, davvero ben eseguito dai 'Solisti di Mosca', qui evidentemente su un terreno a loro congeniale.
Una serata dunque sotto le aspettative che fa riflettere sulla poca importanza e serietà tributate dagli artisti internazionali alla piazza italiana; incolpevole però la rassegna, che già nei prossimi appuntamenti ospiterà musicisti nostrani del calibro di Accardo e Filippini.