GLI 88 TASTI DI RAFAL BLECHACZ
Un'elegantissima tecnica declina un linguaggio ancora giovane
Non capita certo tutti i giorni di poter ascoltare a distanza di una sola settimana 2 star acclamate del panorama concertistico internazionale come Rafal Blechacz e Fazil Say.
Ospiti di due rassegne diverse - rispettivamente il "Quartetto" e "La Società dei Concerti" - i due artisti sono tuttavia quanto di più lontano l’uno dall’altro ci possa essere: tanto pacato e contenuto il primo quanto estroso ed esagerato il secondo.
Eppure ben vengano le differenze e i “duelli” a distanza, per conoscere più a fondo la musica nelle sue più svariate interpretazioni, consapevoli che - a questi livelli - ogni preferenza sarà dettata da un gusto assolutamente personale.
Se però Fazil Say è un artista ormai di lungo corso, Blechacz - classe ’85 - è un giovane che è stato appena "lanciato" sulla scena mondiale dopo avere letteralmente "sbancato" il celebre "Concorso Chopin" di Varsavia nel 2005, aggiudicandosi tutti i premi.
Vittoria storica, tra l’altro, perché erano 30 anni che non si aveva un vincitore polacco.
Debuttato dinnanzi al pubblico milanese lo scorso 26 gennaio dunque, Blechacz ha scelto un programma eterogeneo, da Bach, passando per Mozart e Chopin sino a Debussy, secondo uno schema già rodato in diverse sue tournèe.
Per "rompere il ghiaccio" il giovane pianista ha eseguito la "Partita I" di Johannes Sebastian Bach, facente parte di un gruppo di sei analoghe composizioni che formano la prima sezione della "Klavier Übung". Opera difficile, ma non di estremo virtuosismo, consta di una serie di danze (ecco perché “partita”, ovvero divisa in più parti) che brillano per gusto e fine sensibilità.
Nell’interpretare la partitura, Blechacz ha mostrato una gran bella articolazione, pulitissima e ben dosata tra le due mani; molto contenuti però i colori, sempre imprigionati in una dimensione tra il piano e il mezzoforte. Una grande eleganza, indubbia e molto apprezzata dal pubblico in sala, ma con un leggero retrogusto scolastico; sicuramente complice di quest’impressione l’aria da adolescente del giovane pianista e la sua accademicissima postura.
La "Sonata KV.570" di Wolfgang Amadeus Mozart che è seguita è parsa già più di carattere, ricca di sfumature e dinamiche; questo crescendo di qualità è culminato prima dell’intervallo con il Debussy di "Pour le piano", un gioiello originalissimo, che deve il suo nucleo ad un precedente lavoro intitolato "Souvenir du Louvre", poi divenuto una Sarabande incastonata tra un Prélude e una Toccata funambolica, a richiamare la struttura della sonata classica, in un contesto sonoro esotico e modernissimo.
In Debussy, Blechacz è sembrato trovarsi più a suo agio, cogliendo bene lo spirito del pezzo, in un giusto equilibrio tra tecnica ed interpretazione; molto convincente soprattutto il Prélude.
Dopo l’intervallo, Blechacz si è invece dedicato al suo amato Chopin, proponendo lo "Scherzo n.1 op.20", 3 mazurche dall’op.50 e la "Polonaise - Fantasie op.61".
In questa seconda parte si è avvertito proprio il grande controllo dello strumento da parte del pianista e una conoscenza profonda dell’anima chopiniana.
Eppure il musicista ha forse pagato proprio la sua giovane età, per cui le emozioni sono parse filtrate e ancora acerbe; mancava infatti una visione d’insieme personale, che scavasse nei pezzi non limitandosi alla semplice esecuzione, ma ricercandone una propria lettura.
Siamo certi però che sia solo questione di tempo, perché dalla serata è parso evidente come Blechacz abbia tutte le carte in regola per fare questo salto di qualità, da attuale ottimo esecutore a futuro grande interprete.