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TAME IMPALA, PSICHEDELIA, BIG BEAT E CHITARRE DA PERTH

Con "Innerspeaker" la band guidata da Kevin Parker si pone a metà tra il revival dei Pretty Things di Parachute, il cosmic rock e le aperture indie-dance. Intanto è già nata una scena, che coinvolge i conterranei Pond e The Silents

 
 

Oggi parlare di psichedelia può sembrare troppo generico ancor più che anacronistico. La moltiplicazione dei sottogeneri e la frammentazione del mondo dell’underground (soprattutto ora che il confine tra le produzioni delle major e le case indipendenti, con la riduzione dei budget e le nuove tecnologie, è di fatto sparito) lasciano spazio a una pluralità di espressioni, ciascuna delle quali probabilmente non va oltre una nicchia di ascolto. È possibile allora che chi ama i Beak non sappia nulla dei Dead Meadow, così come gli amanti del post-stoner alla Nebula ignorano i raffinatissimi Broadcast, colpiti recentemente dalla tragica scomparsa di Trish Keenan, la vocalist della formazione di Birmingham, morta per le complicazioni di una polmonite a soli 41 anni il 14 gennaio scorso.
C’è però una band che è riuscita a coagulare non solo l’attenzione degli addetti ai lavori e degli ascoltatori “militanti”, ma anche di una fascia di pubblico più larga. Si tratta degli australiani Tame Impala, già opening act per pezzi da novanta come Mars Volta, Black Keys, Kasabian e persino gli “sciagurati” Muse. La proposta del gruppo di Perth sembra in effetti studiata a tavolino per mettere in crisi la critica più esigente. I loro pezzi sono più che orecchiabili, zeppi di citazioni beatlesiane, sospinti da un “big beat” ideale per i grandi festival estivi. A metà strada, se il lettore vorrà stare al gioco, tra i Pretty Things di Parachute e i Chemical Brothers, i Tame Impala suonano in realtà una forma di cosmic rock che, lungi dal rifarsi meramente agli stilemi di Pink Fairies e Hawkwind, è in grado invece di soddisfare quanti cercano linee vocali e chitarre sixties, corroborate però da una ritmica e un tiro in grado di reggere il confronto con le saturazioni del terzo millennio. Credo che Melody Maker e New Musical Express vent’anni fa per loro avrebbero delirato, eleggendoli immediatamente al rango di “next big thing” (salvo poi massacrarli al primo singolo incerto). Non sono i Caribou del canadese Daniel Victor Snaith che, sempre rimanendo in tema di psichedelica, ma con un approccio molto più elettronico, ha firmato l’album più interessante del 2010 (“Swim”, pubblicato in Europa dalla City Slang). Ma “Innerspeaker”, licenziato dalla Modular Records, anche se Pitchfork lo colloca solamente al 43esimo posto dalla Top 50 del 2010 (e però poi mette al primo posto l’ album ultra barocco di Kayne West), limitandosi a sottolineare il mixing di Dave Fridmann, ha molte frecce al proprio arco, a partire dall’anthem “Alter Ego” e "Solitude is bliss". Noi crediamo che certe ingenuità possano anche essere accettate da un gruppo di ventenni. Ricordo che nel 1996 un entusiasmo simile salutò i singoli di debutto di una band che si rifaceva a sonorità molto simili, i Kula Shaker. E, in ambito più sotterraneo, ma comunque nel solco del revival, i Sun Dial nel 1990 vennero giudicati da tutta la stampa specializzata come la band dell’anno. Il pastiche di “Other Way Out”, che mescolava progressive e acid rock (qualcuno ricorderà la fiabesca “She’s looking alla round"), alla prova dei fatti non possedeva la facilità di scrittura di questi freak fuori tempo massimo, che alternano passaggi alla Creation a consonanze moderniste con gli amici Mgtm, vere e proprie cavalcate lisergiche a mid tempo, senza però incedere nella ballata o nel pezzo meramente nostalgico.
I Tame Impala sono insomma, paradossalmente, un gruppo del proprio tempo: il loro disco si ascolta dall’inizio alla fine, senza che vi sia spazio per momenti più meditativi. È un prodotto a metà tra entertainment puro e escapismo, con dei passaggi certamente di “grana grossa”, forse legati anche alle scelte di produzione impresse da Tim Holmes dei Death in Vegas. Ma intanto attorno alla band guidata da Kevin Parker si è coagulata una scena, che include i Pond (“Frond" è il primo disco che il gruppo realizza con mezzi professionali, ed è naturalmente molto vicino alla sensibilità di “Innerspeaker”, e ancora The Silents e These Shipwrecks. Parker afferma che il suo background è più legato a esperienze folk (e in effetti i Mink Mussel Creek, formazione pre-Tame Impala, avevano un approccio più introverso e lo-fi), e che i nuovi pezzi saranno ancora più “cosmici”. Il rischio maggiore è probabilmente quello di uno spostamento eccessivo verso le atmosfere sintetiche di “Congratulations”, il secondo album degli Mgtm. La speranza è che i Tame Impala conservino quel tocco naif e attardato che dà sostanza alle loro strutture ritmiche ipercinetiche, e che la sensazione resti quella di potersi portare George Harrison a un rave…

 
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Autore: Andrea Dusio
18/02/2011 - 18.00.00
 
Tame Impala, psichedelia, big beat e chitarre da Perth
FOTO: Tame Impala, psichedelia, big beat e chitarre da Perth
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