"DUB ECHOES", ALLA RISCOPERTA DELLA NOBILTÀ DI UN GENERE
Nella doppia compilation del Soul-Jazz sfilano contaminazioni tra elettronica e ritmi giamaicani
Da genere “residuale”, di scarto, di Serie B per eccellenza, il dub è diventato probabilmente il filone della musica giamaicana a più alto "gradiente" di internazionalizzazione. L’unico in grado di mescolarsi ai linguaggi dell’elettronica e di deformarli a sua volta.
Un documentario curato da Bruno Natal, regista brasiliano, nel 2007 ha fatto il "punto" sulla scena, con una lunga escursione tra musicisti e produttori, tra Kingston, Londra, Washington, New York, Los Angeles e il Brasile.
A pubblicarlo in 'dvd', con il titolo di “Dub Echoes”, fu la Soul Jazz, la label londinese di Broadwick Street che oggi rappresenta sicuramente la "punta" avanzata del recupero filologico di reggae, funk, soul, hip hop, house, techno, elettronica e, appunto, dub.
Sempre con il titolo “Dub Echoes”, un doppio 'cd' ora fa il punto sulle contaminazioni tra i maestri giamaicani e le tendenze evolutive di questo suono. L’idea è quella di provare a "inquadrare" una serie di traiettorie di fuga dal dub, pur restando nell’ambito di un’apparente ortodossia. Non siamo cioè sul terreno dei "vari" Peter Kruder, Thievery Corporation, Asian Dub Foundation o Massive Attack, che "piegano" il dub alla propria musica.
Al contrario, le tracce che sfilano lungo questa doppia compilation mostrano come l’elettronica possa oggi dar nuova "linfa" a una sintassi che a lungo si è ritenuta "asfittica" per definizione. Ricordiamo infatti che il dub nasce come secondo lato dei singoli di reggae, versioni strumentali che, con le loro frequenze basse, "svuotavano" le canzoni di tutti gli elementi melodici, lasciando solo l’ossatura ritmica.
C’è un altro aspetto che favorì la nascita del genere. Alla fine degli Anni Sessanta il reggae era diventato così popolare a Kingston, che nei dancehall la gente voleva cantare le strofe dei pezzi più celebri. Ecco allora che queste versioni scarnificate e deprivate della traccia vocale diventavano una sorta di base per la recitazione collettiva degli anthem. Fu per primo Osborne Roddock, "meglio" conosciuto come King Tubby, ad amplificare basso e batteria, aggiungendo accordi di chitarra e interventi di organo.
Questo carattere “astratto” piacque molto presto ai puristi del reggae, che ci vedevano una strada per uscire dalle logiche di sfruttamento commerciale del genere. Altri artisti come Augustus Pablo (il primo a introdurre l’uso della melodica, il cui suono per antonomasia divenne presto un must) e Lee "Scratch" Parry, che operava negli studi Black Arc, iniziarono a dar luogo a dischi interamente all’insegna del dub.
Non più dunque dubbing version, ma musica capace di camminare con le sue gambe. Da un lato, si rafforzava all’interno del reggae un’esigenza di ritorno alle radici, con i lavori dei rastafari, dall’altro questo sperimentalismo casereccio, che anticipava per molti versi l’attitudine all’autoproduzione del punk.
Non è un caso che, mentre gruppi come Aswad e Steel Pulse proponevano una versione occidentalizzata dell’opera di Burning Spear o Black Uhuru, le avanguardie rappresentate da agitatori politici sospesi tra il situazionismo e l’uso creativo dello studio di registrazione, come Adrian Sherwood, guardassero soprattutto al dub, e ne proponessero una formula ancor meno “roots”.
In quegli anni entità come African Headcharge, Dub Syndicate, e pionieri come Mad Professor, Keith Hudson, Dennis Bovell, Linton Kwesy Johnson e Mutabaruka combinarono mundialismo, anarchia, impegno e poetry con il suono potentemente evocativo delle camere d’eco. Intanto anche la new-wave, a partire dal “Metal Box” dei Pil, trovarono nel dub una metrica intellettualoide per le proprie escursioni nella pura paranoia.
E il genere di scarto entrò nei palazzi nobili dell’art rock, nelle ricerche etniche di Jah Whobble e in quelle di Bill Laswell, sorta di Brian Eno del dub.
Ma la selezione della Soul Jazz cerca soprattutto angolazioni inedite. I Roots Manuva sono presenti per esempio con una traccia che può ricordare il radicalismo sotterraneo delle sperimentazioni digitali della Hyperdub. Rebel MC (qualcuno ricorderà la hit “Street Stuff”) con il moniker Congo Natty dà nuova linfa a “Creation Rebel”, in un mix tra il decantare del dub e le accelerazioni della jungle, mescolando meditazione e dance, anche grazie alle rime di Mabrac.Disrupt offre un ottimo esempio della ricerca targata Jahtari. E se la presenza di King Tubby e Dub Syndicate pare obbligata, è giusto rendere omaggio a un classico istantaneo come “Sine of the dub”, che coglie i Kode 9 alle prese con The Spaceape, in una pagina nerissima e statica, a dimostrazione che il dub può anche essere profondo e disturbante quanto una canzone funerea di Tricky.
Agli antipodi c’è Francois Kervokian, re del Tracktor e animatore delle serate ondivaghe al Cielo Club, con la bellissima “Rootsman”. Ma il momento più alto è Cornell Campbell, vecchio leone classe 1945, che si muove con “King in my empire” su una base elettronica griffata Rhythm & Sound, l’egida del duo Basic Channel di Mark Ernestus e Moritz von Oswald (il vecchio batterista degli Associates, che, con Juan Atkins, ai tempi della Tresor - quando si faceva chiamare Maurizio - aveva firmato il debutto dei Model 500).
Trascurata dai nostri magazine specializzati, quest’incursione della Soul Jazz, che combina classici e underground, ci restituisce così un genere ad elevato tasso di creatività, troppo spesso "banalizzato" nel cliché della musica “dopata”.