LAGOS, PSICHEDELIA ALL'EPOCA DELLA GUERRA CIVILE
In una doppia antologia la scena rock "sotterranea" della Nigeria negli Anni '70, da Tony Grey a The Elcados
La Nigeria è di certo la nazione più vicina culturalmente al Regno Unito di tutta l’Africa. Non deve dunque stupire se i linguaggi del rock, del jazz e del funk vi attecchirono prima che in aree più vicine all’Europa. La figura di maggior spicco della cultura nigeriana contemporanea è d’altronde Fela Kuti, inventore dell’afrobeat, attivista politico e artista che si era diplomato nel 1958 al Trinity College di Londra. A quell’epoca, la Nigeria non aveva ancora ottenuto la piena indipendenza, che raggiunse solo nel 1960, all’interno di una struttura federale che constava di tre stati, ciascuno dei quali aveva un carattere semi-indipendente. La “Summer of Love” locale venne ritardata dai due colpi di stato consecutivi che si succedettero nel 1966, a cui seguì una lunga guerra civile, prodotta dalla frattura tra i governi militari e la Repubblica del Biafra: un conflitto che si protrasse sino al 1970. Una parentesi di relativa stabilità si aprì poi sino al 1975, quando cominciò una nuova fase di lotte civili e colpi di stato, dopo la morte di Murtala Ramat Mohammed. Gli Anni '70 furono comunque una stagione di straordinaria vivacità culturale in Nigeria, soprattutto per quanto riguarda la crescita di una scena musicale sotterranea, che probabilmente può essere equiparata a quella delle nazioni europee più importanti.
Oggi un’antologia curata dalla Soundway Records, intitolata “The World ends: Afro Rock & Psychedelia in 1970s Nigeria”, permette di riscoprire, grazie a 2 Cd e a un booklet ricchissimo di informazioni, la suggestione di un suono capace di rielaborare in maniera originale le influenze della scena britannica. Prima della guerra civile, in Nigeria andava in voga la cosiddetta highlife music, uno stile che cercava di unire, in un curioso sincretismo, lo spirito autoctono all’ottimismo della musica da dance hall, con incursioni in un immaginario di ottimismo e prosperità che arrivavano a evocare, in forma più grezza, le atmosfere lounge della cocktail society e delle colonne sonore, naturalmente da una prospettiva rovesciata. Quando a questo gusto subentrò il linguaggio più dirompente delle band locali che guardavano agli Animals, agli Yardbyrds e naturalmente agli Stones, il risultato fu uno strano melting pot, come nelle tracce degli Hykkers, uno dei gruppi di riferimento della scena di Lagos, in cui la centralità del suono della chitarra costituiva una grande novità per la scena nigeriana. Le dilatazioni tipiche della psichedelia britannica vengono contratte in favore di un tiro più diretto e, in qualche caso, curiosamente consonante a quel che sarebbe successo nel mondo anglosassone agli albori del decennio successivo. Così “Breakthrough” dei Funkees, la band più amata della Nigeria orientale, anticipa certe soluzioni dei Police e dei Cure. Esistono certo esempi più derivativi. James Brown, per esempio, esercitò un’influenza notevole su molte band, e le citazioni al suo funk sono plateali, e danno luogo a momenti di vero e proprio "plagiarismo". L’idea di “copyright” doveva d’altronde essere quanto mai lontana dalla spontaneità di combo quali The Mebusas, che provavano a intrecciare progressive e rhythm & blues, come in “Mr.Bull Dog”.
Divagazioni strumentali compaiono anche negli album dei Foundars 15, che cercano di far deragliare il suono verso i territori dell’afrobeat, mentre i Ceejebs nel loro “delta beat” combinavano le percussioni autoctone alla batteria dell’ortodossia rock. Un altro personaggio seminale è Tony Grey, il cui brano presente nell’antologia, “Yem Efe”, è un rock free form a bassa fedeltà, attraversato da suggestioni disco e reggae. Uno dei tratti comuni di molte tracce è la presenza di un organo, quasi mai lisergico. Il termine psichedelia che ricorre nel titolo di questo doppio disco in effetti è usato in un’accezione che rimanda soprattutto alla celebre compilation curata per la Elektra Records da Lenny Kaye nel 1972, e che conteneva brani di gruppi garage statunitensi dal 1965 al 1968. E anche se sarebbe forzato dire che le band nigeriane sono l’equivalente dei vari Electric Prunes e 13 Floor Elevator, è chiaro che l’attitudine è nello stesso tempo punk e progressiva. Nel secondo Cd sono molte in tal senso le canzoni con un taglio antemico, a partire da “Money that’s what i want” del Lawrence Amavi Group. Nonostante la coincidenza del titolo, il pezzo non ha nulla a che vedere con il singolo di Barrett Strong del 1959 (uno dei primi hit della Motown), ed è uno spaccato della vita dei nightclub di Lagos ai tempi della guerra civile. I link con la black music americana comunque non mancano: si pensi a “In Concert” di Ofege, in cui percussioni, tastiere e archi sembrano un omaggio esplicito al suono della Stax. I fuoriclasse del lotto sono però probabilmente "The Elcados", con la vertigine funk della loro “Chokai & Oreje”, singolo firmato all’epoca in cui la band del Nord del paese firmò per la filiale nazionale della Emi, e dal circuito marginale del Nord Nigeria si spostò nella capitale. Oggi che la distribuzione digitale sembra aver tolto una parte consistente del suo significato storico al supporto fisico, sono proprio antologie come quella della Soundway a tenere viva l’idea di prodotto editoriale tradizionale, attraverso una ricerca filologica a tutto campo. Proprio nell’esplorazione di cataloghi sotterranei, e nella loro condensazione in prodotti capaci di raccontare una scena, può essere individuata una ragione di senso al passo coi tempi per la discografia. Per adesso, ci teniamo strette le gemme oscure del Nigerian beat.