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BLONDE REDHEAD, SOSPESI TRA ART ROCK E TECHNO POP

Nelle 2 date italiane il trio propone le tracce di "Penny Sparkle". Ma dal vivo le atmosfere rarefatte del nuovo album non tengono il passo delle trascinanti canzoni di "23"

 
 

Doppia data italiana per i Blonde Redhead, il trio newyorkese che unisce i fratelli milanesi Simone e Amedeo Pace e la vocalist giapponese Kazu Makino. I concerti di Milano e Roma (e certamente il pubblico dell’Auditorium ha beneficiato di un’esperienza di maggior impatto, basato com’è il set su di un uso emozionale dell’impianto luci) salutano così l’uscita di “Penny Sparkle”, l’album che sposta il suono della band dalla tradizionale diarchia chitarra/voce verso un’elettronica retrofuturista, in cui suggestioni di Ultravox e Vangelis (a tratti sembra di abitare in una scena scartata di "Blade Runner") convivono con le tensioni create dall’incastro degli strumenti e dalle linee melodiche intimiste e stranianti di Kazu e Amedeo.

La "coesione atmosferica", l’idea di creare un piccolo mondo compatto in cui trasportare l’ascoltatore, è stata fondamentale nell’evoluzione del suonod dei BR, dai tempi in cui si facevano produrre da Steve Shelley o Guy Picciotto dei Fugazi. Ora i termini di confronto che la critica chiamava in causa per la loro musica, più che altro attinenti al suono della chitarra, sembrano definitivamente forvianti. Il lavoro di Alan Moulder nella produzione del nuovo album si riverbera anche nella dimensione live. Ricordiamo, del tour di “23”, la sensazione che vi fossero troppe tracce preregistrate dal vivo: è quel tipo di feeling che ai musicisti mescolati nel pubblico fa dire che chi sta sul palco un po’ bara. Ora invece, paradossalmente, pur nella stratificazione del suono, e nella necessità di far convivere parti suonate e l’utilizzo di sequencer, il trio sembra approdato di là dal guado. In alcuni momenti, un tecnico di palco si aggiunge alla band, dove il brano prevede che vi siano sia basso che tastiera live.

Al disco hanno lavorato anche Van Rivers, musicista techno conosciuto per i lavori con l’egida Fever Ray e Subliminal Kids. E in effetti chi conosce le tracce di “23” avrebbe magari immaginato un deragliamento verso un suono più glitch, in cui suggestioni shoegazer e laptop music provassero a convivere. Tracce come “Black Guitar” mettono invece in campo un’elettronica oscura, cui fanno da interfaccia le luci che fasciano i musicisti e rimodellano la cortina fumogena che avvolge il palco. Kazu comincia il concerto con la maschera di una testa di cavallo sul volto, e i nuovi brani sembrano scavare una distanza tra i 3 musicisti, ognuno concentrato su queste scansioni metronomiche che ingessano il palpito del suono.

Tutto molto cinematico, ma l’anima dei Blonde Redhead è nella capacità del basso di Kazu nel tenere testa alla chitarra di Amedeo, in quell’evoluzione lungo una traiettoria sognante della dinamica tra Kim Gordon e Thurston Moore che aveva segnato il chitarrismo art rock dei Sonic Youth. Da una parte ci sono dunque canzoni come “Here Sometimes”, che sembrano quasi sciogliere in una forma compiuta gli embrioni di canzone che comparivano quindici anni fa nei lavori di Mark Van Hoen e dei suoi Locust. Dall’altra, cavalcate come “Spring by summer”, che restano un gradino sopra, proprio per la capacità di restare all’interno di un’idea di guitar pop rivolta alla comunicazione che all’evocazione.

Il rischio dei Blonde Redhead più recenti, quelli che procedono da “Misery is a butterfly” è infatti un eccesso di escapismo, che “tiene” sino a quando rimane sul crinale combattivo di “23”, ma scivola nel techno-pop a incastri di “Oslo” o nel suono datato di “Love or prison” e della title track, che svelano un’idea di mondo sospesa nella contraddizione tra un’immagine di mondo che appartiene in egual misura a “Ceremony” e a “Systems of romance”. In “Will there be stars” e nelle nuove canzoni affidate alla voce di Amedeo si compie invece lo strano paradosso di un equilibrio tra smaterizzazione del suono e incarnazione del corpo melodico. Parafrasando ancora i Sonic Youth, potremmo parlare di “Confusion in sound”: una confusione che non sappiamo se salutare o predittiva di un esaurimento della spinta creativa.

 
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Autore: Andrea Dusio
16/09/2010 - 9.28.00
 
Blonde Redhead, sospesi tra art rock e techno pop
FOTO: Blonde Redhead, sospesi tra art rock e techno pop
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