MARK LINKOUS, IL FANTASMA E LA CARNE
La scomparsa del malinconico cantore dell'utopia dei cavalli, tra derive lo-fi e letti di mele
La scomparsa di Mark Linkous priva la musica popolare americana del suo interprete più solitario e disincantato. Chi ha amato i dischi degl Sparklehorse sa di cosa parlo.
Album che qualche anno fa ascoltavo mentre sfogliavo i racconti di William Goyen, raccolte dai titoli come “Il fantasma e la carne”, che mi sembra una sintesi efficace di un uomo che pareva non esserci quando l’avevi davanti, e che ti tornava in mente, con le sue canzoni, ogni volta che il mondo ti faceva sentire solo.
Linkous è stato il cantore inimitabile dell’America marginale. Ha inventato un’estetica lo-fi, lui che se avesse voluto avrebbe gareggiato ad armi pari coi "colossi" del rock statunitense, con quelli Smashing Pumpkins ad esempio, di cui i suoi pezzi più tirati sembravano una variante meno "egotica" e più dimessa.
Sapeva scrivere canzoni pop, Linkous, ma poi le rivestiva di una dose di 'rumore' sufficiente a farle deragliare, o le annegava nella mezza penombra di una strumentazione cavata dall’arte sottile del 'trovarobe', come se tutto dovesse essere consustanziale a una cifra espressiva incapace di restare, "sensista", in perenne dissoluzione, materia di canzone fatta di grano e vento, sospinta da un incredibile profondità di sguardo, ma incapace di sgusciare definitivamente fuori da sé.
Certe canzoni degli Sparklehorse assomigliano a dispositivi o a prove d’ardimento. Come le gabbie in cui Bacon costringeva a sedere i suoi papi. Ci sono personaggi che sognano e straparlano di cavalli, ma lo fanno immancabilmente da luoghi d’immobilità, come se questo sogno della frontiera sia solo una proiezione individuale, e la realtà ci tenga avvinghiati al terreno.
Già, la 'terra'. Linkous è di Richmond, Virginia. Terra di scrittori del Sud. Il suo mondo non è così diverso da quello di Carson McCullers e Flannery O’Connor.
Visionario, animato da un’introversa attitudine psichedelica, scelse un moniker che faceva pensare a una band, ma gli Sparklehorse sono sempre stati più che altro un progetto solista, con un suono "scarnificato", attraversato da un uso dell’elettronica ancora una volta informato alla logica del rigattiere, come se fosse fondamentale che quelle ballate memorabili restassero figlie della casualità, sghembe per definizione.
Ci aveva anche provato Linkous a sottrarsi alla realtà della Virginia, trasferendosi a Los Angeles. Ma aveva fatto presto marcia indietro, preferendo a una carriera "ortodossa" i propri improbabili progetti sonori, con nomi generici come "Johnson Family", o genialoidi quali "Salt Chunk Mary".
È nel 1995 che scelse l’egida romantica del fulmine e del cavallo, per un 'album' d’esordio che venne licenziato dalla Capitol (per la label Parlophone), e che portava il titolo illeggibile “Vivadixiesubmarinetransmissionplot”.
Folk e country rock, chitarre accompagnate da poco altro, e un 'cantato' che tiene sempre miracolosamente, anche quando sembra a un passo dall’assopirsi sotto la propria stessa catatonia, o viene distorto per tener testa alla "saturazione elettrica" di un suono che assomiglia a una pianura sterminata compressa in un imbuto.
È un disco che vuole il suo tempo: ha qualche "pezzo da novanta", con melodie bellissime, come forse non se ne sentivano dai tempi di Neil Young, ma bisogna cercarle tra altre tracce più introverse e spinose.
Un uno-due senza pari è quello formato dalla malinconia di “Saturday” e dall’armonica insufflata di angst sudista di “Cow”, che suona davvero come una traccia perduta di “Zuma”, una versione fine anni novanta di “Cortez the killer”.
Altrove, Linkous si abbandona alla "parca" poesia di un intreccio d’arpeggi, come in “Beautiful World” e in una pagina di vera e propria letteratura come “Most beautiful widow in town”, che fa venir voglia di rotolarsi in un covone di fieno con la propria amata, quasi fossimo i protagonisti di una novella dimenticata di Katherine Ann Porter.
E mentre il mondo si occupa dei Radiohead di “Bends”, Linkous va in tournee in Gran Bretagna e quasi ci rimane. Dopo un concerto londinese collassa, e resta inanimato per molte ore, con le gambe schiacciate sotto il peso del corpo. Quando tornò a muoverle, l’immobilità provocò un picco di potassio nel sangue, e Mark subì un arresto cardiaco. Se la cavò a stento, dopo molti interventi chirurgici, e per molto tempo si temette che dovesse rimanere in carrozzella.
Nel 1998 tornò finalmente a incidere un disco. “Good morning spider” riflette le difficoltà strazianti di quegli anni, ma in realtà la materia sonora non era cambiata poi troppo dall’album di debutto. C’è più rabbia e più rock, il tentativo di scuotersi violentemente dalla depressione.
La traccia iniziale, “Pig”, è una "centrifuga" di chitarre ed elettronica, che però di colpo si arresta, per ripiombare nella vita arrestata di “Painbirds”, attraversata da suggestioni beatlesiane. Un altro improvviso raggio di luce è nella vitaminica “Sick of Goodbyes”, forse la pagina più pop mai vergata da Linkous. Ma anche altri frammenti lasciano l’impressione di uno stato di grazia artistico e di un momento di serenità personale.
La sensazione è che Linkous avrebbe potuto anche fare un disco più commerciale, ma ha ceduto anche stavolta alla fedeltà al proprio mondo, temendo di snaturare il suono di partenza del progetto. C’è ad esempio un singolo potenzialmente fortissimo, “Happy man”, che viene però corroso da una sorta d’interferenza radiofonica, schiacciato dalla registrazione e affidato come al solito a chitarre "scalpitanti" che non sanno aspettare il cantato.
Un’altra mega hit poteva essere “Hey Joe”, ma Linkous opta per il più "spartano" degli arrangiamenti, quasi dovesse cantare al cospetto di pochi amici, spaventato all’idea di farla uscire dal suo bozzolo. Ma “Good morning spider” resterà il lavoro più ortodosso degli Sparklehorse, quello più "imbastardito" di power pop, in certi frangenti quasi fosse attraversato dalle stesse inquietudini melodiche di J Mascis.
Il capolavoro arriva però col disco più contraddittorio, sin dal titolo: “It’s a wonderful life”, uscito nel 2001, con la collaborazione di PJ Harvey, Nina Persson, John Parish, Tom Waits e Dave Friedmann, resta un pilastro dell’immaginario frammentario, composito, eppure straordinariamente coerente, di Mark.
L’immagine del cavallo diventa ossessiva, forse anche in ragione dei sogni e dei ricordi delle scorribande motoristiche precedenti l’incidente londinese. Linkous sembra sempre più uno che guarda, da fermo, un mondo in perpetuo movimento: vicino a lui le cose si spostano in maniera impercettibile, ma quei moti modesti alludono in maniera struggente alla libertà delle grandi corse.
Siamo fantasmi, e la carne è il cavallo, la natura da cui siamo irrimediabilmente separati, ma che non possiamo smettere, col nostro cuore di tortore e di bambini, di sognare.
Il disco inizia in maniera indimenticabile, con un mood dimesso, e la title track a cui succede “Gold Days”, quasi un Lennon ricacciato in provincia. E dopo l’incursione agra di “Piano fire”, intrisa di pioggia e chitarre, con PJ ai cori, alle chitarre e al piano, la scena si arresta.
Se dovete ascoltarvi una canzone sola degli Sparklehorse, quella è “Sea of teeth”, gonfiata di lacrime dal mellotron che lavora "sottopelle", punteggiata dal piano, scritta da qualcuno che in qualche modo si capisce già essere fuori dai giochi. È musica che non si muoverà mai più di qui, che ci accompagnerà sino alla fine.
“Apple bed” arriva a ruota, ed è la mia preferita in assoluto, per come riesce a condensare in un verso tutta la poetica di Linkous: “I wish I had a horse’s head. A tiger heart, an apple bed”. Il suono gira su se stesso, gli Sparklehorse, violini e cello lontani, sono ormai poco più che un valzer dissolto, il piano che non riesce ad avanzare di un millimetro da “Eyepennies”.
La mia "amicizia invisibile" con Mark finisce qui. Dentro ad altre vicende ed altre storie, non ho avuto il cuore di andarmi ad ascoltare i lavori successivi. Lo farò ora, mentre il palpito della vita ti spingerebbe a lasciare per strada tutti i poeti del "disarmo interiore", quelli bravissimi a raccontarci che proprio non ce la fanno, che non è cosa per loro. Noi stiamo dentro alle nostre battaglie, e non vediamo più quelle degli altri.
Linkous ci ha insegnato a sigillare intere guerre interiori in un cassetto, in un foglio di carta scarabocchiato, in due accordi "smozzicati" che non vogliono saperne di separarsi. Quando vedrò un cavallo, in ogni momento di autentica libertà e solitudine, davanti a un campo di grano, fischietterò “Cow”, come faccio da molti anni, e sarà la mia maniera di ricordarlo.