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TRIBUTO A JEFFREY LEE PIERCE, BLUES MAN DELLE HIGHWAYS

Nick Cave, Debbie Harry, Mark Lanegan, Lydia Lunch riuniti da Cypress Groove per un album di session sui vecchi nastri del leggendario leader dei Gun Club, scomparso nel 1996

 
 

I dischi tributo molto spesso sono costruiti a tavolino, come parate di stelle che lasciano la propria griffe d’occasione su repertori risaputi. "We are only Riders, The Jeffrey Lee Pierce Session Projetcs" è un lavoro che nasce invece da un’occasione fortuita, e vede una scena estremamente compatta, che ha condiviso i percorsi di emancipazione del blues da forma arcaica a lingua musicale in grado di convivere con l’urgenza espressiva della new wave e del punk, raggrumarsi attorno alla figura di uno straordinario uomo di musica, che ha saputo proiettare gli schemi della vulgata roots prima in uno schema sincopato e violento, strettamente contiguo alla riesumazione che i 'Cramps' avevano fatto della carcassa del rock’n’roll, e poi attraverso una personale poetica del disincanto e della marginalità, iniettandola dei propri fantasmi e delle proprie ossessioni.

Jeffrey Lee Pierce
, fondatore dei Gun Club, figlio della working class della suburbia di Los Angeles, cresciuto però tra le scuole di teatro alternativo di Granda Hills e della San Fernando Valley, appassionato di tutte quelle forme di musica popolare, dal blues-rock al reggae, che recuperano i linguaggi delle radici (era un insospettabile fan di Marley, e possedeva una solida collezione di dischi progressive), s’innamorò dei cantastorie del Delta proprio quando la scena no wave newyorkese sembrava invece rompere ogni legame con la l’idea tradizionale di musica.

Il primo lavoro dei Gun Club,"Fire of Love”, era ancora segnato profondamente dalla lezione del punk, e metteva a contatto una forma inedita di swamp-rock e le suggestioni della letteratura sudista e di strada.

Se l’America dei primi Anni '80 ha avuto un altro Jim Morrison, questi è stato sicuramente JL Pierce. Figure-chiave dei 2 decenni successivi, come il leader degli Screaming Trees, Mark Lanegan, e il one man band Jack White, anima dei White Stripes, hanno proprio nel leader dei 'Gun Club' il proprio punto di riferimento.

Guardando a Howlin' Wolf, Charley Patton e Son House, Pierce s’inventò un blues isterico e mutante, sospeso tra racconti di eccessi chimici e squarci visionari. Allontanandosi progressivamente dalle slabbrature del punk, ripiegò con gli anni verso un tipo di ballata profondamente rispettoso della tradizione.

Quando mi capitò di ascoltarlo al 'Bloom' di Mezzago, e credo fosse il 1995, poco prima della prematura scomparsa nel 1996, a soli 37 anni, JL Pierce era ormai un blues man, devastato dalla vita e dalle proprie ossessioni, che inanellava giri spettrali di accordi. Al suo fianco era già Cypress Groove, che negli Anni '90 aveva scavato con Jeffrey nei songbook di Lightnin’ Hopkins e Skip James, raccogliendo così le cover confluite in "Jeffrey Lee and Cypress Grove with Willie Love”.
Proprio quell’album può essere recuperato, insieme al documentario "Ghost on The Highway: A Portrait of Jeffrey Lee Pierce and The Gun Club”, come introduzione al tributo "We are only Riders.

Secondo quanto riportato dalle note di copertina dell’album, sembra infatti che Cypress Groove, spolverando il pavimento del proprio attico ("nella speranza che la primavera spolverasse la mia anima”), si sia imbattuto in una scatola di vecchi nastri. Tra questi, alcuni demo di Jeffrey, con gli abbozzi di una serie di canzoni. Erano pezzi approntati per un lavoro che i 2 avrebbero dovuto costruire assieme. Nell’intento, doveva essere un disco country. Ma rapidamente si era riempito di suggestioni blues.

Da qui l’idea di contattare musicisti amici e ammiratori di Pierce, per dare sostanza a una raccolta di canzoni strutturate proprio a partire da quella cassetta terribilmente lo-fi, quasi inascoltabile, a detta dello stesso Cypress Groove.

E veniamo alla materia sonora.

Con arrangiamenti ricchissimi, che hanno letteralmente trasfigurato gli scheletrici blues di JL Pierce, da un lato spostando il baricentro delle canzoni verso uno stile assimilabile al goth country dei 16 Horsepower, e dall’altro suonano come una versione ancor più nera delle ossessioni blues di Bad Seeds e dei dischi solisti di Mark Lanegan, Cypress Groove ha allestito un disco di rock attuale, ricorrendo a artisti che vanno da Debbie Harry e Lydia Lunch, eroine degli Anni '80, una sul versante pop rock e l’altra nella ricerca oltranzista e rumorista, ai The Raveonettes, starlets del garage rock di questo decennio.

In mezzo, ci sta un po’ di tutto. Dai sermoni di blues pentecostale di David Eugene Edwards alla voce suadente di Isobel Campbell.

La scaletta si apre con "Rambli’Mind” di Nick Cave, che si spinge sui territori di un altro celebre “uomo in nero”, il Jhonny Cash seppiato della collaborazione con Rick Rubin. Da segnalare che, grazie alla compresenza di Mick Harvey, Kid Congo Powers e Barry Adamson si ricompone qui magicamente l’ossatura della line up dei Bad Seeds, come li conoscemmo in album leggendari come “From her to eternity”, controcampo mitteleuropeo dei dischi dei Gun Club.

Lanegan sembra cavare con "Costant Waiting” un altro incubo dell’alba, come nei suoi bellissimi dischi di cover: si tratta di uno dei brani con maggiori aperture melodiche, e Rene Van Berneveld grazie al lap steel dà grande profondità al suono.

The Raveonettes annegano “Free to walk” in abissi di feedback e tastiere. Deborah Harry, la cui storia è legata a doppio alle vicende di 'JLP', canta "Lucky Jim", forse il brano migliore del mazzo, dal punto di vista del puro songwriting.
Lydia Lunch riveste invece di paranoia "When I get a my cadillac”, che pare sospesa tra Bogdanovich e Ballare.

Ma la vera reincarnazione di Pierce è David Eugene Edwards, che lavora ai fianchi "Ramblin’Mind", e ne cava un risultato forse ancora più alto del suo “gemello astrale” Cave.

Non si smetterebbe mai di parlare di questo disco, a partire dai 2 duetti Lanegan/Isobel Campbel e Nick Cave/Deborah Harry, che si misurano sul terreno di "Free to walk". I primi la riconducono al country puro, i secondi osano di più, vincendo ai punti.

E prima della chiusura corale di "Walkin’down the street", è giusto fermarsi ancora ad ascoltare quello strano oggetto mutante che "The snow country”, affidata a Mick Harvey, che ne fa quasi una delle vecchie incursioni nell’immaginario tex-mex di Gainsbourg.

Disco nero
di questa 'prima parte' del 2010, ritratto di un America marginale che rischia di diventare invisibile, ricordo struggente di un uomo solo, colonna sonora di tutti quelli che provano ancora a nuotare controcorrente, nell’autostrada senza casello degli incubi senza redenzione.

 
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Autore: Andrea Dusio
03/03/2010 - 20.40.00
 
Tributo a Jeffrey Lee Pierce, blues man delle highways
FOTO: Tributo a Jeffrey Lee Pierce, blues man delle highways
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