OREN LAVIE, IL GENIO CHE IL MERCATO NON HA CAPITO
Il cantautore israeliano ricorda da vicino un'artista di culto come Nick Drake. Ma le sue canzoni sono ancora sconosciute alle nostre latitudini
Oren Lavie ha scritto la più bella raccolta di canzoni dello scorso decennio, e nessuno lo sa. L’autore israeliano, da tempo di casa a New York, ha riarrangiato nel 2009 i pezzi pregiati sel suo songbook, pubblicando “The opposite side of the sea”.
“The world won’t listen” diceva Morrisey. E nel caso di Oren è davvero così.
Gli hanno scippato l’idea di base del videoclip di “Her morning elegance” per una pubblicità che nel nostro Paese è stata in heavy rotation per settimane sui maggiori network nazionali. Il video ha furoreggiato anche su You Tube.
Ma i suoi madrigali restano sconosciuti. Eppure la sua proposta, ricalibrata con arrangiamenti che rendono ancor più stringente il paragone con Nick Drake e dischi leggendari della Island come “Pink Moon”, non si può dire difficile. Non più di quella di brand di grande successo, come quello del duo acustico Kings of Convenience. Esattamente come i due svedesi che giocano a fare i Simon & Garfunkel del terzo millennio, anche la musica di Lavie ha un mood sospeso tra la swingin’ London e le utopie unplugged del folk britannico.
È musica però che, più appartenere a un altro tempo, è talmente svincolata dalle mode da assurgere immediatamente al largo di classico. Complice anche un arrangiamento di archi che mostra chiaramente le doti di orchestratore e soundtrack writer di Oren, le ballate scorrono all’insegna di un soft-jazz pienamente convincente, che respinge ogni tentazione di solipsismo e autocompiacimento.
La canzone americana ha in questi anni attraversato una trama tangente tra melodia e introversione, che ha probabilmente nel compianto Elliott Smith e in certe pagine di Mark Everett i momenti migliori. Invece la scrittura di Oren rimane sempre ad alto intento comunicativo: è questo forse il tratto più affascinante delle sue lodi di balladeer. Laddove Damien Rice suona come una versione sconsolata da “Grande Freddo” di Jeff Buckley, Lavie tiene dritta la barra sull’unico riferimento di Nick Drake, ma cerca anche di girare alla larga dal circolo catatonico di canzoni rovinose come “Things behind the sun”.
C’è sempre l’aspetto della consolazione e del calore, un caldo cuore gospel, che precede e contiene lo spleen urbano: come se l’artista di “At the chime of the city clock” si fosse fermato ancora un attimo prima di mettere la sua angst invernale su carta, e abbia ripassato i dischi londinesi di Caetano Veloso e Giberto Gil, le pagine più placide del repertorio di Stevie Wonder e l’aria solida dei blues di John Martyn.
Oren Lavie ha una scrittura piana, che rifiuta l’andamento accidentato di Tim Buckley, e le sue tracce appartengono pienamente allo spirito dei tempi. È un perfetto artista da iPod, ogni canzone sta perfettamente in piedi da sola, e però regge anche sulla distanza, niente riempitivi, niente maniera. E allora perché non ha sfondato, in un Paese come il nostro in cui esiste un vero e proprio culto per David Sylvian, e autori come Bill Callahan o Mark Elliott, altrove misconosciuti, godono di un seguito appassionato.
Forse la cifra del suo insuccesso è proprio nella relativa facilità. La bella scrittura viene scambiata maldestramente per troppa accessibilità. Invece Oren è davvero un fuoriclasse, e siamo contenti di essere i primi a scriverlo e ribadirlo alle nostre latitudini.
In qualche modo procuratevi il suo disco: non sarà mai troppo presto.